Racconti dalla Svezia

I racconti di Paolo Corna: dalla Svezia alla Bassa per alleviare il lockdown FINALE

Pubblichiamo oggi la sesta e ultima puntata del racconto di Paolo Corna, "Nonostante tutti i giornali avessero lo stesso titolo". Buona lettura.

I racconti di Paolo Corna: dalla Svezia alla Bassa per alleviare il lockdown FINALE
Gera d'Adda, 30 Maggio 2020 ore 20:55

Siamo arrivati oggi all’ultima parte del racconto inviatoci da Paolo Corna, il barianese in Svezia dal 2008 con la passione della scrittura.

Paolo Corna

Di Paolo Corna, barianese residente in Svezia dal 2008, vi abbiamo già parlato ampiamente in questo articolo, dove chi se la fosse persa potrà trovare anche la prima parte del suo racconto. La seconda parte del medesimo racconto è stata pubblicata invece all’interno di questo articolo, seguita dalla terza, la quarta e la quinta parte. Dal termine di quella sezione narrativa prende il via l’ultimo estratto del racconto, che potrete leggere qui di seguito.

“Nonostante tutti i giornali avessero lo stesso titolo” FINALE

[…] L’albergo offriva perlomeno uno scorcio di vista sulla pampa, a ovest. Vista la posizione ad occidente, i giorni venivano contati attraverso i tramonti e non dalle albe: Ignacio non vedeva mai sorgere il sole. Le camere erano esigue e non molto grandi, ma non ci si poteva lamentare: sarebbe potuto andare peggio. Avrebbero potuto finire altrove, in un albergo peggiore; avrebbero potuto vietare loro di fumare, ma invece avevano nel loro piccolo cercato di dare loro il massimo dei comfort.
Erano quasi le 8, uno ad uno entrarono rispettivamente nelle proprie camere: l’isolamento aveva inizio.
La prima cosa che accadde fu, nel suo piccolo, piacevole: l’arrivo della colazione. Una volta portato dentro il vassoio che era a sua volta stato adagiato sulla moquette fuori dalla stanza 303, Ignacio decise di togliersi le scarpe, pensando che non gli sarebbero servite per lungo tempo. Si sedette alla scrivania, piazzò il telefono in modo da poterlo avere ritto avanti a sé e fece un facetime con la famiglia per finalmente informarla della situazione. Non si poteva fare nulla se non fare spallucce e accettare il tutto, mesti mesti. Passarono 19 giorni prima che Ignacio si rimettesse le scarpe, e non se ne rese conto se non quando gli venne permesso di lasciare la stanza per dirigersi a casa sua a bordo di un taxi.
In mezzo a ciò ci fu innanzitutto una Pasqua da solo con un pranzo non molto diverso dal solito se non che fosse in collegamento facetime con i genitori. Per il resto della sua permanenza in albergo, vi furono lunghissimi silenzi, videochiamate ad amici, parenti e meeting, parecchi meeting di lavoro fatti via Skype. Ci fu il già citato maledetto silenzio, la noia e la ravvicinata distanza da tutto e da tutti che rendeva ancora più difficile questo incomprensibile e difficile momento. Si era così vicini, a pochi km di distanza ma al tempo stesso così lontani.
Quei lunghissimi 20 giorni tolsero ad Ignacio, avvocato, ogni struttura, ogni ordine: era sempre stato ligio al dovere prima di allora, e abitudinario nell’affrontare le giornate, ma dopo pochi giorni si fece prendere dal sopravvento e perse i propri punti di riferimento. Dormiva tra un meeting e l’altro; saltava i pasti o li mangiava freddi. Passava ore a guardare la televisione senza neppure essere interessato ai programmi che trasmettevano. Al quarto giorno smise di farsi la barba. Una volta si addormentò addirittura nella vasca da bagno e si svegliò talmente infreddolito che dovette farsi una doccia bollente e mettersi a letto alzando il climatizzatore a 30 gradi.
Tra i silenzi vari ebbe tempo per pensare e sentirsi in colpa per tutto il tempo perso durante la vita, per tutte le occasioni buttate all’aria, e come ogni altro essere umano si ripromise di cambiare stile di vita non appena la pandemia fosse finita; ma tutti noi sappiamo bene che le promesse fatte a noi stessi in momenti di disperazione lasciano il tempo che trovano.
In mezzo a tutta questa noia morirono alcuni vecchi amici di famiglia e furono i genitori di Ignacio a patirne di più. Furono solo due le notizie positive in mezzo a quel piattume: i due tamponi fatti furono entrambi negativi. Dei 20 rientrati dalla Spagna, 17 furono negativi e 3 risultarono positivi, dei quali due asintomatici e uno, un 53enne, no: dovette fare due settimane di ricovero per forte febbre e tosse, ma per fortuna se la cavò.
Rientrato a casa, quando finalmente aprì il portone del palazzo dove abitava, Ignacio respirò profondamente il profumo umido di quelle scale eternamente fresche. Arrivato al quarto piano, quando finalmente entrò in casa ebbe come la sensazione che il viaggio da Barcellona a Buenos Aires fosse durato più di 15 giorni invece che sole 12 ore, ma ormai poco importava, perché finalmente era a casa sua, a Juncal 2170, penultimo piano.
Sedendosi in cucina trovò nella tasca della giacca il giornale che aveva iniziato a leggere 21 giorni prima. Accese una sigaretta, lo dispiegò sul tavolo e cercò, a monte dei 20 giorni di isolamento, di trovare una nuova definizione di felicità.

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