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Racconti dalla Svezia

I racconti di Paolo Corna: dalla Svezia alla Bassa per alleviare il “lockdown”

Barianese di nascita, residente in Svezia dal 2008, Paolo Andrea Corna ha deciso di alleviare la noia dei suoi amici pubblicando i suoi racconti.

I racconti di Paolo Corna: dalla Svezia alla Bassa per alleviare il “lockdown”
Cultura Gera d'Adda, 25 Aprile 2020 ore 20:44

Nato e cresciuto a Bariano ma residente a Stoccolma da 12 anni, Paolo Corna ha scelto di rendere pubblici alcuni suoi racconti.

L’autore

E’ nato e cresciuto a Bariano il 42enne Paolo Corna, ma dopo la laurea ha proseguito la propria formazione a Stoccolma, dove ora vive e lavora come dirigente al Ministero del Lavoro. Da tempo scrive racconti e poesie, che solo negli ultimi mesi ha deciso di pubblicare attraverso una casa editrice. Nel mentre, però, ha scelto di divulgare uno dei suoi testi tramite la nostra testata, con la speranza di dare tregua così alla noia di amici e parenti chiusi in casa durante il “lockdown”. Ecco dunque il primo spezzone del suo racconto.

“Nonostante tutti i giornali avessero lo stesso titolo”

L’eudemonismo è la dottrina morale che riponendo il bene nella felicità (eudaimonia) la persegue come un fine naturale della vita umana”.

L’aeroporto, come gran parte della città, era diventato uno spazio vuoto. Il virus, benchè invisibile, si espandeva a vista d’occhio. Nel vecchio continente la primavera era alle porte, ma nell’emisfero meridionale, in sud America, la stagione diametralmente opposta, l’autunno, avanzava lenta, ingiallendo le foglie nei viali alberati di Buenos Aires. El Prat, l’aeroporto di Barcellona non aveva mai fatto breccia nel cuore di Ignacio: erano ben altri gli aeroporti che gli restavano nel cuore. Alcuni erano legati a momenti particolari della vita, a meravigliosi viaggi effettuati nella tarda adolescenza; altri non avevano un reale motivo d’essere nella lista. Ovviamente il primo di tutti era l’aeroporto di casa: il Ministro Pistarinis. Come Aeroporto non aveva niente di particolare e assomigliava, bene o male, a tutti gli aeroporti internazionali: ampi spazi, fast food, negozi di souvenir e grandi marche. Ad osservarlo bene aveva la parvenza di un hangar rinnovato, o di un enorme loft che aveva subito un restyling. I negozi erano tutti in fila, uno dietro l’altro, fitti fitti stretti stretti come i posti in un cinema. Una carrellata di vetrine avente unicamente due scopi: quello di far spendere e quello di placare il senso di colpa da dimenticanza. “Ma come? Non mi hai portato niente?”. Quante volte ce lo siamo sentiti dire? Al giorno d’oggi tornare da un qualsiasi viaggio, sia esso di lavoro o di piacere, porta con sé, oltre alla valigia e alla stanchezza del viaggio stesso, l’obbligo del regalo, che all’interno di questo mondo globalizzato è diventato una consuetudine. Dopo il regalo di compleanno, il “pensierino post viaggio” è ormai diventato un obbligo ingiustificato. Ignacio se la cavava sempre con una calamita che, per sua fortuna, non era mai la stessa. Sua madre ne aveva così tante che voleva addirittura un frigorifero nuovo solo per poterlo avere con le ante più grandi in modo da affiggervi più calamite possibili.

Se fosse stato spagnolo invece che argentino, Ignacio avrebbe preferito El Prat al posto del Pistarinis: d’altronde la preferenza era solo legata a un senso di appartenenza e alla sensazione di essere arrivato a casa. Nel deserto aeroportuale, in attesa di essere imbarcati, si leggeva meglio che in una biblioteca. “Pronto?! Ignacio mi senti?!” . “Si ti sento. Tu?”. “Non mi hai più detto nulla. Parti o no? C’è il volo?! Arrivi domani?” Isabel, detta “Chavez” chiamava il figlio in continuazione in questo periodo. Da un mese era in Europa per lavoro, dopo aver partecipato a due importanti fusioni tra due grosse società argentine e due spagnole. “Il volo c’è e mi fan partire. Mi hanno anche provato la febbre. Sto bene” disse felice. “Bene. Mi fa piacere. A che ora atterri?” Chavez voleva solo che suo figlio tornasse: il rischio che venisse bloccato in Spagna per mesi era quasi divenuto realtà, ma ora tutto era a posto. “Domattina alle 7 dovrei essere al Pistarinis. Tu cosa dici Mami? Cosa accadrà quando atterrerò?” disse sbadigliando. La situazione in Spagna e in Europa era completamente diversa da quella sud americana: da una parte si era in piena emergenza e si erano prese misure drastiche, dall’altra si era all’inizio della pandemia. Gli iberici, come gli argentini, avevano istituito il lock-down, ma Ignacio credeva che a Buenos Aires tutto fosse ancora come prima. Nonostante le misure spagnole aveva lavorato tutto il santo giorno. La mattina aveva lasciato l’albergo e aveva portato le valigie direttamente in ufficio; da li era poi andato direttamente all’aeroporto. Il volo era molto tardi, ma ciò non importava in quanto era abituato a lasciare il lavoro verso le 21. “Non ho idea di cosa ti faranno, qui è tutto chiuso, siamo in lock-down”. Ci fu un attimo di silenzio tra i due: whatsapp funzionava a scatti, quindi la telefonata perdeva il collegamento. “Mami, mi senti? Mi senti? Lock-down?!?” . “Sì, Sì: adesso sì. Cosa dicevi?” . “Come lock-down? Cosa significa?”. “Significa che dobbiamo stare tutti a casa. Si esce solo per necessità estreme e si lavora da casa” disse Isabel al figlio. Ignacio aggrottò le sopracciglia: non riusciva bene a comprendere il significato di tale parola e tantomeno il perché di tale decisione. Se ne uscì con un “Devo imbarcarmi. Ne parliamo domani Chavezita: devo andare. Ah! C’è il wi-fi sull’aereo quindi possiamo chattare se vuoi”. “Te quiero. Dormi e spegni il telefono, che è meglio”. Disse la madre. “Ci proverò. Yo tambien”. E si salutarono.

Prossimamente sul nostro sito sarà pubblicato il prosieguo del racconto di Paolo Corna.

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