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Racconti dalla Svezia

I racconti di Paolo Corna: dalla Svezia alla Bassa per alleviare il “lockdown” PARTE 3

Il barianese Paolo Corna, che da 12 anni vive e lavora in Svezia, ha deciso di alleggerire il lockdown inviando nella Bassa i suoi racconti.

I racconti di Paolo Corna: dalla Svezia alla Bassa per alleviare il “lockdown” PARTE 3
Cultura Gera d'Adda, 09 Maggio 2020 ore 21:05

Quello di oggi è il terzo appuntamento con il suo racconto “Nonostante tutti i giornali avessero lo stesso titolo”.

Paolo Corna

Di Paolo Corna, barianese residente in Svezia dal 2008, vi avevamo già parlato ampiamente in questo articolo, dove chi se la fosse persa potrà trovare anche la prima parte del suo racconto. La seconda parte del medesimo racconto è stata pubblicata invece, come ormai da appuntamento fisso, sabato scorso all’interno di questo articolo. Dal termine di quella sezione narrativa prende il via la terza parte del racconto, che potrete leggere qui.

“Nonostante tutti i giornali avessero lo stesso titolo” PARTE 3

[…] in quell’istante, con insistenza, chiedeva a sé stesso dove avesse messo la mascherina e i guanti di lattice. Cercava mentalmente di risalire alla lista dei movimenti effettuati mentre preparava la valigia, cercava di ricostruire passo per passo la mappa delle sue azioni per poter capire dove fossero stati collocati.  

Una volta al portellone, aveva mostrato il biglietto digitale senza fermarsi. L’hostess, dopo avergli dato il benvenuto gli parlava, ma lui non prestava attenzione, si dirigeva al suo posto abbozzando un lieve sorriso teso. Niente auricolari nelle orecchie, nessuna musica lo distraeva, solo un costante pensiero: “Dove sono i guanti e la mascherina?”. La paura del contagio, del virus, la reale possibilità di soffrire e forse morire: tutto aveva assunto una dimensione diversa e la situazione, da li in poi, andava costantemente peggiorando. La ragazza continuava a parlargli seguendolo, e lui ancora camminava verso il posto che aveva accuratamente scelto cercando consiglio su un apposito sito.
L’Airbus A350-900 da 306 posti aveva solo due dei 4 ingressi ingressi aperti al momento dell’imbarco, e Ignacio salì dall’ingresso centrale, subito dopo la prima classe. I posti migliori in economy erano alla fine dell’economy plus poiché offrivano uno spazio extra per le gambe e ciò era dato dal fatto che le due diverse sezioni dell’aereo erano separate da una sottile ma robusta parete di plastica. All’apertura del check-in online solo i più svelti potevano scegliere quei posti qualora fossero stati liberi. Il nostro esperto viaggiatore aveva ovviamente messo un promemoria nel telefono per potersi ricordare quando il check-in aprisse e fare in modo di viaggiare con un minimo di extra comfort ad un prezzo comunque conveniente: quel che si dice “Minima spesa, massima resa”.
Ignacio, però, adesso aveva fretta di poter appoggiare lo zaino per poterlo letteralmente ribaltare: voleva viaggiare protetto. Marisol, l’hostess, pensò che forse il ragazzo non parlasse inglese e decise allora di rivolgersi a lui in spagnolo “Señor! Señor!”, ma gli sforzi linguistici a nulla valsero finché, dopo pochi passi, decise di prenderlo per un braccio e fermarlo: “Señor ven por aquí: Tiene asiento en otro lugar, en la section business”. Data la mancanza di passeggeri la ragazza cercava di dirgli che poteva sedersi in business, che gli avevano fatto un upgrade senza averlo richiesto, che era gratis e che avrebbe avuto più spazio. Dei 306 posti il volo decollava con a malapena 20 persone a bordo più l’esiguo personale che per l‘occasione era anche stato ridotto. Il cambio di postazione, però, non fece che prolungare la sofferenza di Ignacio, fortunatamente placata dalla visione, al suo posto, di una paio di guanti in lattice e della mascherina.
Non aveva più bisogno di assalire il suo zaino: oltre a coperta, cuscino, acqua e cuffie, la società aerea aveva ben pensato di mettere a disposizione dei passeggeri anche quel piccolo kit di prevenzione. D’altronde, dopo tutto, erano solo in venti.
Dal posto 30F Ignacio venne spostato al 3D. Mise lo zaino sotto il sedile, corse in bagno per lavarsi le mani, tornò al proprio posto, prese due pastiglie di melatonina, si infilò guanti e mascherina, collegò il telefono al caricabatterie e si sedette allacciando immediatamente la cintura. Le operazioni di imbarco durarono pochissimo e dopo pochi minuti si poté udire l’annuncio: “Boarding completed”.
La quasi assenza di voli fece in modo che potessero decollare altrettanto in fretta: ciò significava che una volta raggiunti i quasi 10 000 metri di altezza, finite le operazioni di decollo, Ignacio avrebbe potuto portare il sedile in posizione orizzontale e grazie al wi-fi gratuito mandare un messaggio a Isabel: “Sono in volo, mi hanno messo in business. Adesso dormo. Alle 7 dovrei atterrare: ti chiamo domani”. Perse la prima mezz’ora di viaggio rispondendo a chat varie, commentando post su Facebook e cercando informazioni in merito alla situazione argentina: non riusciva a credere a sé stesso. Come aveva fatto a fregarsene fino a quel punto? Come poteva non sapere nulla? Aveva davvero lavorato così tanto da alienarsi? Quando riusciva ad andare in albergo, mangiava e andava a letto esausto. Questa era stata la sua vita nell’ultimo mese. Niente divertimento sulle ramblas, come invece pensavano i suoi amici: solo lavoro. Lavoro, lavoro e ancora lavoro.  “Resteremo in lock-down fino al 26 aprile” aveva detto il presidente Fernandez “E probabilmente ci resteremo anche oltre, se la curva non avrà mostrato miglioramenti”.
In quel preciso istante, Ignacio faticava ancora un pochino comprendere il vero significato di tutte quelle parole: “Lock-down, curva, contagi”. Parole di certo già udite, ormai familiari, ma che non era ancora riuscito a comprendere pienamente, lette qua e là, ma che ancora non avevano assunto un significato di senso compiuto. Poi il pensiero si rivolse alla sua vita e a come la situazione avrebbe potuto influenzarla direttamente: “Avrò degli amici malati? Dei conoscenti? Magari qualcuno è addirittura morto e non lo so” si chiedeva perplesso mentre le palpebre cominciavano a farsi pesanti.
La dose di melatonina non era altissima e a dire il vero, per molti, è solo una sostanza che non porta alcun aiuto se non il cosiddetto “effetto placebo”, ma su Ignacio pareva funzionare sempre. Prima di addormentarsi era riuscito a leggere che gli infetti in Spagna erano poco meno di 2000 e i morti 82, ma nell’emisfero meridionale l’autunno con i suoi malanni di stagione era alle porte. I 12 mg di melatonina, uniti ad una stanchezza cronica accumulata nel mese di lavoro, stavano agendo a dovere. Un volo di 13 ore e 45 era decollato da quasi un’ora: se tutto andava bene mancavano 13 ore. Se tutto andava bene le pastiglie e la stanchezza lo avrebbero cullato per almeno 10 ore.

La quarta delle sei parti del racconto “Nonostante tutti i giornali avessero lo stesso titolo” sarà pubblicata sabato prossimo.

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