Racconti dalla Svezia

I racconti di Paolo Corna: dalla Svezia alla Bassa per alleviare il “lockdown” PARTE 2

Vi avevamo presentato la scorsa settimana Paolo Corna, il barianese a Stoccolma che vuole alleviare il "lockdown" nella Bassa con i suoi racconti.

I racconti di Paolo Corna: dalla Svezia alla Bassa per alleviare il “lockdown” PARTE 2
Gera d'Adda, 02 Maggio 2020 ore 21:08

Ecco la seconda parte del racconto scritto da Paolo Corna, il narratore barianese in Svezia che vuole alleviare la noia del lockdown per i bergamaschi.

Paolo Corna

Settimana scorsa vi abbiamo presentato Paolo Corna, barianese 43enne in Svezia dal 2008 e la sua iniziativa: alleggerire la noia dei bergamaschi attraverso i suoi racconti. Nello specifico vi avevamo proposto la prima parte del suo racconto “Nonostante tutti i giornali avessero lo stesso titolo” (che per chi se la fosse persa è disponibile a questo link). Ecco il prosieguo del suo testo.

“Nonostante tutti i giornali avessero lo stesso titolo”

E si salutarono. Restò ancora titubante per un attimo, dubbioso, come quando, per l’appunto, ci viene comunicato qualcosa di cui realmente non comprendiamo il significato ma abbiamo comunque una lieve parvenza delle conseguenze che tale comunicazione potrebbe comportare. Di fronte alle situazioni di emergenza, come potrebbe essere un’aggressione improvvisa, gli umani, a seconda della personalità, si comportano in tre modi diversi: c’è chi scappa, chi risponde all’aggressione e chi resta di ghiaccio, quasi incredulo. Ignacio apparteneva al gruppo di coloro che restavano increduli, immobili. Prima di imbarcarsi cercó inutilmente di finire l’articolo sulla felicità che aveva inziato a leggere quella mattina. Era una rubrica settimanale, e a ‘sto giro parlava di “eudaimonia”. Le parole greche e latine lo avevano sempre affascinato. Mentre cercava di portare a termine la lettura, guardò il desk con la coda dell’occhio e si accorse che, in pratica, la fila era inesistente. Le operazioni di imbarco erano iniziate, quindi prese lo zaino, arrotolò il giornale, tolse il passaporto dalla tasca e preparò il biglietto che era nel telefono. “Chissà cosa mi faranno domani?” pensava. Aveva guanti di lattice e una mascherina con sé, ma non sapeva se indossarli o no. “Dove li ho messi, tra l’altro?” si chiedeva. Era confuso come tanti altri, ma una sola cosa voleva in quel momento: imbarcarsi, prendere due pastiglie di melatonina, dormire e svegliarsi il più tardi possibile. A dirla tutta sperava di essere svegliato ad atterraggio avvenuto e ripartire da lì, dall’aeroporto di casa.
Data l’esigua quantità di passeggeri, l’imbarco durò pochissimo. L’aeroporto sarebbe potuto essere usato come set per un film thriller. Vuoi perché l’ora era tarda, vuoi perché nessuno occupava quegli enormi “non-luoghi” costruiti per il solo scopo di essere riempiti, vuoi perché il buio della notte penetrava denso dai finestroni: raccapricciante non era forse la parola giusta, ma a dire il vero poco si discostava dall’esatto aggettivo che sarebbe dovuto essere utilizzato. Sia al desk che a bordo, tutto il personale indossava mascherine e guanti, ma lui si accorse solo nello stretto tunnel di ingresso all’aereo che tutti coloro che lavoravano all’aeroporto avevano preso le stesse precauzioni: la situazione iniziò poco alla volta a rivelarsi per quella che era e l’ansia iniziava a palesarsi, lentamente, di soppiatto. Aveva lavorato ininterrottamente per un mese, aveva avuto poco tempo, è vero, ma la verità era un’altra: se n’era infischiato, come tutti coloro che si credevano immuni e che credevano che quello fosse solo un altro virus “cinese” che mai e poi mai avrebbe toccato l’Europa. Lui, poi, lavorava nella finanza: era un avvocato che lavorava nell’ambito elle cessioni finanziarie, delle funzioni, e per le persone come lui a contare erano i numeri, le regolamentazioni e i risultati finali.
Per certi versi, per noi tutti la situazione è la medesima e sostanzialmente finché non accade direttamente sulla nostra pelle risultiamo scettici e stentiamo a credere che tutto ciò possa realmente essere vero. “Non capiterà proprio a me?” quante volte ce lo siamo chiesto? Poi, da un momento all’altro ecco che iniziano ad accoglierti con le mascherine e i guanti, ti parlano a distanza di sicurezza, un amico va in terapia intensiva, un conoscente o addirittura un parente muore. Poco alla volta, dall’incomprensibile, dal surreale, si passa alla triste e cruda realtà. Come con la Guerra: fintanto che essa si svolge altrove possiamo al massimo provare empatia o compassione per le popolazioni coinvolte, ma per comprenderne veramente l’entità dobbiamo viverla in prima persona: questo è sia il bello che il brutto del genere umano. Dobbiamo vivere le cose sulla nostra pelle per poterle comprendere fino in fondo, e anche allora dobbiamo mostrarci umili nei confronti degli altri perché comunque vada ogni situazione, benché simile o identica a un’altra, differisce nel modo in cui il soggetto stesso la vive.
Siamo tutti uguali, ma profondamente diversi. Ignacio, che era uguale a noi tutti, ma profondamente diverso e non senza un leggero sudore ascellare, iniziò solo in quel momento a percepire la gravità della situazione e proprio in quell’istante, con insistenza, chiedeva a sé stesso dove avesse messo la mascherina e i guanti in lattice.
Cercava mentalmente di risalire alla lista dei movimenti effettuati mentre preparava la valigia, cercava di ricostruire passo dopo passo la mappa delle sue azioni per poter capire dove fossero state collocate.

La terza parte del racconto sarà pubblicata sabato prossimo.

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