Racconti dalla Svezia

I racconti di Paolo Corna: dalla Svezia alla Bassa per alleviare il lockdown PARTE 5

Il barianese Paolo Corna, che da 12 anni vive e lavora a Stoccolma, ha deciso di alleviare il lockdown nella Bassa con i suoi racconti.

I racconti di Paolo Corna: dalla Svezia alla Bassa per alleviare il lockdown PARTE 5
Gera d'Adda, 23 Maggio 2020 ore 21:15

Quella di oggi è la quinta parte su sei del racconto “Nonostante tutti i giornali avessero lo stesso titolo”.

L’autore

Di Paolo Corna, barianese residente in Svezia dal 2008, vi abbiamo già parlato ampiamente in questo articolo, dove chi se la fosse persa potrà trovare anche la prima parte del suo racconto. La seconda parte del medesimo racconto è stata pubblicata invece all’interno di questo articolo, seguita dalla terza e dalla quarta parte. Dal termine di quella quarta sezione narrativa prende il via la quinta delle sei sezioni del racconto, che potrete leggere qui di seguito.

“Nonostante tutti i giornali avessero lo stesso titolo” PARTE 5

[…] Nessuno sapeva cosa dire. Ignacio sudava e non riusciva a proferire parola: troppe informazioni in poco tempo. Avrebbe voluto urlare che non era positivo e che aveva il diritto di poter fare quello che voleva e lui voleva andare a casa! Le parole, però, gli rimasero soffocate in gola e si trasformarono tutte nel sudore che rendeva la sua camicia decisamente scomoda. Si sentiva come un innocente condannato ingiustamente da una giuria incapace di motivare le proprie scelte e mentre leggevano il verdetto le guardie lo portavano via, incuranti del dolore, incuranti della sua incapacità di deambulare.
Venne accompagnato a ritirare la valigia, gli venne controllato il passaporto e subito dopo fu scortato all’uscita dell’aeroporto alla volta dell’albergo che era a 5 minuti di macchina da lì. Alla fine uscì davvero alle 7, come aveva precedentemente immaginato, ma all’uscita fu come se la sua vita non fosse più nelle sue mani ma nelle mani di un Ministro della Salute e di altri uomini di Stato. Improvvisamente tutto girava attorno ad un qualcosa che era invisibile agli occhi umani, un qualcosa che qualcuno chiamava nemico e qualcun altro chiamava semplicemente con il nome da laboratorio: Covid-19.
Fuori dall’aeroporto un mini-bus accolse tutte le persone che, come lui, venivano dalla Spagna. L’autista mostrava evidenti segni di disagio a causa della situazione e lo si poteva notare dalla frettolosità dei movimenti, che lo portava ad essere sbadato e quasi scoordinato. Prima fece fatica a chiudere il portellone avendo letteralmente ammassato le valigie in malo modo, poi, correndo per salire al posto di guida, inciampò, e infine la quasi sgommata finale durante la partenza fu la ciliegina sulla torta: doveva e voleva fare in fretta. L’hotel era letteralmente in fondo alla strada: sarebbero potuti andare a piedi, ma per ovvie questioni di sicurezza andarono con “i mezzi”.
Ognuno ricevette le chiavi della sua camera fuori dall’hotel, e e con esse gli vennero date delle indicazioni da seguire durante tutta la durata della permanenza. Tutto ciò era elencato su un foglio. Sostanzialmente non potevano uscire dalla camera: erano in cella. I pasti erano serviti alle 12 e alle 18 e la colazione era anch’essa adagiata fuori dalla porta. Il cambio lenzuola e salviette avveniva con la stessa modalità dei pasti: la biancheria nuova veniva lasciata al di fuori della stanza. Nota particolare ai fumatori: coloro che fumavano dovevano segnalarlo immediatamente per fare in modo che le finestre potessero essere sbloccate prima del loro ingresso in camera, così che potessero tranquillamente fumare, appunto, al davanzale. Un infermiere avrebbe fatto il giro delle camere nel pomeriggio a partire dalla 15 per poter fare loro un tampone e ognuno di loro avrebbe ricevuto in dotazione un termometro per poter monitorare la febbre.
Ogni giorno avrebbero dovuto contattare l’infermiere per informarlo in merito al loro stato di salute, e qualora i sintomi del virus si fossero presentati, a seconda dell’età e della gravità degli stessi sarebbero stati portati in ospedale o lasciati in camera.
Non era una guerra, non c’era un nemico da combattere, non c’era l’assordante suono dei jet e delle bombe o gli allarmi lanciati tramite altoparlanti alla popolazione: in ballo c’era la vita di tutti i giorni, dove i soliti rumori erano attutiti in quanto il traffico stradale era decisamente diminuito. L’estate sud-argentina stava per finire; c’era ancora un meraviglioso caldo che grazie alla sua mitigata forza portava la gente ad avere ancora più voglia di andare al mare, in campagna o in montagna, ma nessuno poteva farlo.
Il segno distintivo della pandemia era l’assenza di suoni: il silenzio aveva preso il sopravvento. L’assordante silenzio, che mai era stato così mal voluto, rendeva questa situazione surreale e davvero difficile da capire, quasi impossibile. Nessuno di noi era mentalmente pronto per affrontarla: se c’eravamo preparati lo avevamo fatto per altro, non per questa forzata noia, non per questa forzata e per certi versi quasi immotivata prigionia.  

L’ultima parte del racconto “Nonostante tutti i giornali avessero lo stesso titolo” sarà pubblicata sabato prossimo.

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