Quattrocento medici in piazza, davanti al Pirellone, tutti con il loro camice bianco addosso. Quel camice simbolo per definizione di una categoria, quella dei medici di famiglia, che in pochi anni è passata dall’essere raccontata per l’eroismo dimostrato durante la pandemia all’essere additata da più parti come il «freno» alla riforma sanitaria di Regione Lombardia. E in particolare, al decollo delle tanto agognate (ma ancora piuttosto fumose) Case di Comunità. È stata ben più partecipata del previsto martedì mattina la manifestazione di protesta – connessa ad uno sciopero cominciato il giorno prima – organizzata a Milano da due delle quattro principali sigle sindacali dei medici di famiglia lombardi, contro la decisione di Regione Lombardia di imporre a tutti loro sei ore settimanali di servizio obbligatorio nelle nuove strutture sociosanitarie “architrave” della nuova sanità lombarda. Tutti. Indipendentemente dal numero di pazienti di cui già si occupano, e che molto spesso arrivano a ben oltre le 1600 unità. Ma soprattutto, indipendentemente dal fatto che – a detta anche delle sigle sindacali più moderate – non è affatto chiaro quale quali compiti sarebbero affidati ai medici di famiglia, una volta varcate le luccicanti soglie delle nuovissime Case di Comunità.
L’accordo siglato a giugno da due sindacati su quattro
Ma andiamo con ordine. Già oggi i medici di base neo-incaricati dal 2025 devono già coprire, oltre al ruolo in ambulatorio, quello all’interno nelle Case di comunità. Ma un ulteriore accordo del 23 giugno (siglato con Regione dalla Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati e dalle organizzazioni sindacali Fimmg e Fmt, mentre Smi e Snami non hanno firmato), prevede che anche «i medici già incaricati a tempo indeterminato che non abbiano accettato il completamento dell’impegno settimanale svolgano fino a 6 ore settimanali nelle Case di comunità».
Sostanzialmente, partendo dal concetto che i medici di famiglia effettuano 18 ore e mezza di visite ambulatoriali settimanali, si chiede loro di compensare un (contestato) «debito orario» con la Regione, mettendosi a disposizione per altre sei ore aggiuntive nelle Case di comunità. Una ricostruzione che non corrisponde alla realtà, secondo i medici di base. Intanto, spiegano, perché in Lombardia i medici di base non sono dipendenti della Regione, come invece i colleghi ospedalieri, ma liberi professionisti. Ma anche, soprattutto, perché le visite in ambulatorio superano già oggi, sistematicamente, l’orario previsto, anche a causa della sempre più pressante attività burocratica, delle visite domiciliari per pazienti anziani, fragili o per urgenze, per le consulenze telefoniche, e per mille altre incombenze. In altre parole, il presunto debito orario, che è uno dei presupposti di tale accordo, non sussisterebbe affatto.
Anche all’interno della categoria tuttavia le posizioni sono tutt’altro che uniformi. Come detto, soltanto due sindacati su quattro non hanno firmato l’accordo con Regione, e hanno quindi appoggiato lo sciopero.
Le due posizioni a confronto: il Sindacato medici italiani (Smi)
«È semplice: nelle Case di comunità non dobbiamo andarci noi». È tranchant il segretario regionale dello SMI – Sindacato medici italiani, Rocco Imerti, tra i principali animatori della manifestazione di martedì mattina davanti al Pirellone.
«Caratteristica precipua della sanità italiana è la prossimità – argomenta Imerti – Ci sono ambulatori medici in Comuni in cui non ci sono nemmeno parrocchie o caserme dei carabinieri. Questa riforma rischia di smantellare questa caratteristica. Se poi le Case di comunità dovevano essere un luogo intermedio tra ospedale e territorio, al momento non sono niente di tutto ciò. Lì dentro non servono medici di base, peraltro già affaticati nella loro normale attività di ambulatorio. Ma servono strutture e personale adatti ad accogliere casi di bassa intensità. Un cardiologo, un radiologo, un traumatologo per piccoli incidenti. Un chirurgo per gestire ferite, lesioni, suture… ».
Secondo lo Smi, imporre ai medici di base di prestare servizio a turni nelle CdC comporterà ovviamente una diminuzione delle ore prestate nei rispettivi ambulatori, con ripercussioni sul servizio agli utenti.
Tutto ciò, in un periodo in cui la professione è già pesantemente messa alla prova non solo dalla scarsità di medici che scelgono la carriera della medicina di famiglia, ma anche dal costante aggravio di incarichi prettamente burocratici.
Altro che «debito orario», insomma: «L’attività non si ferma con la chiusura degli ambulatori – continua – Ai tempi di mio padre, medico condotto, le tre ore di ambulatorio erano tre ore di visite, e la mattina andava tutta nelle visite domiciliari. Oggi buona parte del tempo va in burocrazia, o a litigare con portali web che non funzionano mai. Non è questione di voler lavorare di meno. Il problema è che non c’è tempo: andrà nuovamente trovato sottraendolo agli affetti familiari e al giusto riposo. Con il rischio di errori che inevitabilmente aumenterà. Senza contare che, di fatto, ad oggi non sappiamo cosa dovremmo fare lì dentro». Da qui la decisione dello sciopero. «L’unica soluzione possibile – conclude – Da mesi cerchiamo un confronto in Regione e sistematicamente non veniamo ascoltati».
Le due posizioni a confronto: la Federazione dei medici di medicina generale (Fimmg)
Non hanno condiviso lo sciopero, e «con senso di responsabilità» non hanno lasciato in bianco l’accordo con Regione di giugno, per evitare che milioni di euro in fondi europei per il Pnrr andassero in fumo. Ma ciò nonostante, anche la Federazione dei medici di medicina generale non risparmia pesanti critiche al sistema delle Case di comunità, e soprattutto alla fumosa organizzazione dei compiti attribuiti a chi dovrebbe tenerle in piedi, e cioè proprio i medici di base già alle prese con coorti di pazienti da far impallidire: 1600 a testa, in media, in Lombardia. Con una popolazione in costante invecchiamento, che necessita quindi di sempre maggiore assistenza.
«Il vero problema è che non si capisce che cosa dovremmo fare lì dentro. Sostituire colleghi fuori servizio? Occuparsi dei pazienti cronici? Ogni Asst fa quel che vuole – spiega Angelo Rossi, medico di base a Leno e segretario regionale della Federazione – Ma se il tema è coprire le assenze, basterebbe un buon sistema informatico dal quale collegarci dai nostri ambulatori. Invece anche su questo fronte il paradosso è che ciascuno ha il proprio che non dialoga necessariamente con gli altri. E in Cdc non ho a disposizione il software che utilizzo per la mia attività. Mentre il Fascicolo sanitario elettronico è al momento soltanto un deposito di documenti».
Manca inoltre una solida dotazione tecnologica he invece spesso sono riusciti negli anni a costruirsi gli stessi studi medici associati, come ecografi e altri strumenti diagnostici. «Paradossalmente, oggi nelle Cdc sono a disposizione meno strumenti di quelli che molti medici hanno a disposizione nei propri ambulatori» continua Rossi.
C’è poi un problema geografico. «Se penso alla provincia di Brescia, la Bassa e le Valli sono già molto sguarnite di medici – continua – Anche questo aspetto va considerato. Penso ai miei pazienti, il 30% dei quali ha più di 65 anni. Le giornate non sono certo fatte di poche ore di ambulatorio».
A differenza delle sigle che hanno aderito allo sciopero, la Federazione lascia aperta la porta al dialogo e non risparmia critiche ai colleghi. «Anzi: è proprio questo il momento di discutere, di contrattare, di mettere in fila i contenuti e di essere propositivi – continua Rossi – Non è il momento della demagogia e di scioperi pensati per raccogliere qualche nuovo iscritto. È certamente interesse di tutti che la riforma proceda in maniera spedita».