Parla attraverso la voce di Angelo Lino Murtas, la professoressa Chiara Mocchi. Il legale di fiducia della professoressa accoltellata martedì scorso da un suo alunno, nei corridoi della scuola media statale Leonardo da Vinci di Trescore Balneario, è infatti proprio l’ex commissario della Polizia di Stato di Treviglio, che dopo aver lasciato la divisa per raggiunti limiti d’età si è dato alla professione forense e in particolare alla difesa delle donne vittime di violenza.
Il mio alunno “confuso, trascinato e indottrinato dai social”
E’ attraverso l’intermediazione di Murtas che la professoressa di francese si è rivolta questa mattina, lunedì 30 marzo, al folto pubblico che suo malgrado sta seguendo una delle vicende più gravi della cronaca scolastica degli ultimi anni. Una storia che rievoca tristemente scenari americani, ma che è invece avvenuta nella placida provincia bergamasca, protagonista un ragazzo di 13 anni con un profondo disagio e una professoressa che – nonostante abbia sfiorato la morte – ha deciso di non odiare e di reagire alla violenza con la gentilezza. Di più: con la vocazione all’educazione collettiva, che in questo caso riguarda la donazione di sangue.
Se è viva, infatti, Chiara Mocchi lo deve ad una trasfusione di sangue effettuata ancora in elisoccorso, mentre veniva trasportata d’urgenza all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. E la sua lettera parte proprio da qui.
“Voglio dettare anche oggi, con voce flebile, queste poche righe a quello che ormai è il mio angelo custode: il mio legale di fiducia – ha scritto la professoressa – Lo faccio perché sento il bisogno di dire grazie, un grazie che sale dal cuore e attraversa ogni battito che ancora oggi posso sentire. Un grazie rivolto a quei donatori Avis anonimi che, senza sapere chi io fossi, mi hanno ridato la vita”.
Per la prima volta la professoressa ha ricostruito pubblicamente quanto accaduto il 25 marzo. “Un mio studente 13 enne, confuso, trascinato e indottrinato dai social mi ha colpita all’improvviso, ripetutamente al collo e al torace con un pugnale” racconta nella lunga lettera, attribuendo significativamente proprio al mondo dei social network la responsabilità (dis)educativa che avrebbe mosso il ragazzo nel suo disegno omicida.
Nonostante le ricostruzioni giornalistiche circolate nelle scorse settimane, infatti, già nei giorni scorsi attraverso Murtas la professoressa Mocchi aveva ribadito di non aver mai ricevuto minacce di morte da parte del ragazzo. Il quale, invece, avrebbe pianificato il suo attacco proprio (anche) dopo averlo “annunciato” su Telegram.
Salvata grazie all’intervento di un altro ragazzo
Dopo l’accoltellamento, continua la professoressa Mocchi, sarebbe stato un altro alunno – 13 anni anche lui – a salvarle la vita intervenendo per fermare l’aggressione. “Mi ha difesa rischiando la sua stessa vita, e ha impedito il peggio”.
L’emorragia e il ricovero in ospedale
I fendenti al torace e al collo hanno causato “una potentissima emorragia, quasi un litro e mezzo di sangue perso in poco tempo – spiega la prof – Un fendente è arrivato a mezzo millimetro dall’aorta”. Quel che ricorda da lì in poi sono immagini, di una potenza agghiacciante.
“Un foulard premuto sul collo, le mani tremanti di chi mi soccorreva, e quel torpore che avanzava rapido mentre la luce intorno a me diventava ombra, e l’ombra diventava addio. Poi, dal cielo, è arrivata l’eliambulanza del servizio “Blood on Board”. Mi hanno caricata in un istante. Nel momento del decollo, ho visto dall’alto le finestre della mia scuola: prima vuote, poi improvvisamente riempirsi dei volti dei miei amati ragazzi. Mi salutavano agitando le mani con disperazione, le lacrime agli occhi. Era come se volessero trattenermi ancora un po’ con loro. Ricordo una voce di donna, ferma e urgente: “Abbiamo pochi secondi, la stiamo perdendo, ora o mai più.” Poi la luce nei miei occhi si è spenta e ho sentito di sprofondare nel buio più profondo. E proprio lì, in quel buio, ho percepito la vita tornare indietro. Come se stesse rientrando lentamente nel mio corpo, attraverso le vene. Una voce maschile scandiva: “Ancora una sacca… presto, ancora una!”. Era il sangue donato, quello che ricominciava a circolare nel mio cuore che riprendeva il suo ritmo”.
“Devo la mia vita a Blood on Board” e ai soccorritori
Si tratta del servizio “Blood on board”, disponibile da qualche tempo sugli elisoccorsi della flotta regionale lombarda: grazie alla collaborazione con il sistema della donazione di sangue, i mezzi trasportano due unità di globuli rossi concentrati del gruppo “zero negativo”, e cioè compatibile con tutti i riceventi, e due unità di plasma. In questo e in altri casi, la trasfusione a bordo è stata vitale.
“Devo la vita a molte persone: a Francesco Daminelli, responsabile del servizio “Blood on Board”, e a un equipaggio straordinario: Giuseppe Calvo, Valentina Cortinovis, Enrico Lazzarini, Simone Costa e Luca Stefani. Professionisti, ma soprattutto esseri umani che non dimenticherò mai”.
Il grazie ai donatori di sangue e il ricordo del padre
“E poi c’è un pensiero che mi commuove. Penso – e non è un sogno – che il sangue che ora scorre nelle mie sia quello del mio avvocato Angelo Lino Murtas, donatore Avis da oltre 45 anni, che ha salvato la vita a tante persone e che aveva donato il sangue proprio il giorno prima a Monterosso. Come lui, ci sono migliaia di persone anonime che offrono una parte di sé senza voler nulla in cambio. Gesti che sembrano piccoli, ma che diventano enormi quando salvano una vita. È lo stesso spirito con cui mio padre fondò l’AVIS–AIDO della Media Val Cavallina, con quel motto che da sempre custodisco nel cuore: “Una goccia di sangue può salvare una vita”. Forse non immaginava che un giorno quella vita sarebbe stata proprio quella di sua figlia”.
“Oggi – conclude – la mia gratitudine va al mio alunno, ai donatori, ai soccorritori, a chi mi ha tenuta aggrappata a questo mondo che amo e che non voglio lasciare. Ma soprattutto va a chi sta leggendo queste righe. Perché spero che, dopo averle lette, trovi il coraggio e la volontà di diventare donatore. Di affidare una piccola parte del proprio sangue all’Avis, affinché possa scorrere nelle vene di chi, come me, senza quelle gocce non ci sarebbe più”.
Nella foto in alto: la professoressa Chiara Mocchi e l’avvocato Angelo Lino Murtas, ex Questore aggiunto della Polizia di Stato, per anni alla guida del Commissariato di Treviglio