Memoria

Una serata per ricordare gli Internati militari italiani (Imi), storie di resistenza cadute per anni nell’oblio

Coinvolgente conferenza organizzata dalla sezione locale dell'"Associazione dei Fanti" tenuta dal segretario dell'Associazione Combattenti e Reduci di Sotto il Monte Samuele Chiodelli

Una serata per ricordare gli Internati militari italiani (Imi), storie di resistenza cadute per anni nell’oblio

Un modo diverso per celebrare la Festa della Liberazione e la propria storia – nell’anno in cui ricorrono il 50esimo dalla fondazione della sezione e il 25esimo dall’inaugurazione del monumento cittadino – quello pensato dalla sezione dei fanti di Ghisalba che venerdì 24 aprile hanno organizzato una conferenza sugli Internati militari italiani (Imi), tenuta da Samuele Chiodelli, giovane segretario dell’associazione “Combattenti e Reduci” di Sotto il Monte. Un’iniziativa che precede la donazione delle medaglie d’onore del Ministero della Difesa alle famiglie dei ghisalbesi che vissero quella tragedia, dopo mesi di ricerche.

Una serata per non dimenticare la resistenza di militari che hanno detto “no” al nazifascismo

Sono tanti i capitoli della Storia che finiscono per essere sepolti dal peso del tempo e dimenticati (o quasi) perché considerati scomodi o perché riaprono ferite non ancora del tutto rimarginate. Tra questi c’è quello degli Internati militari italiani della Seconda Guerra Mondiale, finiti nei campi di lavoro nazisti a causa del loro rifiuto di combattere nelle fila della Repubblica sociale italiana guidata da Benito Mussolini al fine di governare i territori italiani controllati militarmente dai tedeschi dopo l’armistizio di Cassibile, firmato il 3 settembre 1943 ma reso noto l’8 settembre. E il 24 aprile Chiodelli ha aperto uno squarcio su una tragedia che ha coinvolto 650mila soldati, 50mila dei quali morti nei lager. Tra questi uomini anche molti bergamaschi.

“Parleremo degli Internati militari italiani, questo per la volontà dell”Associazione dei Fanti’ di Ghisalba di raccogliere le memorie di quelli del territorio e garantire loro la medaglia che lo Stato italiano ha deciso di concedere a partire dal 2006 – ha esordito Chiodelli nella sala delle Scuderie della ‘Bcc Oglio e Serio’ che l’ha messa a disposizione gratuitamente – Una serata di approfondimento per permettere a tutti di capire, dal punto di vista storico, chi sono stati gli Imi, anche perché se il Ministero della Difesa ce lo permetterà il 12-13 settembre, in occasione del raduno provinciale dei Fanti qui in paese, consegneremo le medaglie alle famiglie”.

Nel folto pubblico presente il sindaco Gianluigi Conti, la vice Bruna Sassi e l’assessore al Bilancio Sara Bosis, oltre al presidente della Consulta della associazioni Luigi Feliciani, al parroco don Filippo Bolognini e al cappellano del Santuario della Beata Vergine della Consolazione don Francesco Mangili.

Chi sono gli Internati militari italiani (Imi)

“Gli Imi erano soldati del regio esercito che fecero la scelta di non combattere più con il nazifascismo – ha spiegato – restarono prigionieri dei tedeschi nell’est Europa. Per molti di loro fu l’ultima scelta, perché morirono nei campi di lavoro. Una decisione definita dagli storici una ‘scelta di resistenza’. Per anni non si è fatta parola di loro, era quasi una vergogna menzionare uomini che avevano deciso di abbandonare le armi. In realtà, ristudiando i documenti e valutando il grande numero dei militari di cui trattasi, si è capito che optare per la prigionia era stata una forma di resistenza passiva, fondamentale peraltro per la conclusione e l’andamento della guerra visto che parliamo di 650mila uomini che i tedeschi volevano far confluire nella Repubblica sociale italiana fatta nascere a Salò”.

L’anno 1943 fu un anno decisivo per l’Italia.

“La guerra era ormai persa, la propaganda non reggeva più – ha continuato Chiodelli – sempre più reduci cominciarono a tornare dalle loro famiglie, migliaia di madri e mogli accorrevano alle stazioni con le foto dei loro cari. Così la prima vittima di tutte le guerre, che è la verità, viene finalmente disvelata. Gli operai ricominciarono a scioperare nel triangolo industriale Milano-Torino-Genova al grido di ‘Pane, pace e libertà’. A luglio gli angloamericani sbarcarono in Sicilia trovando una popolazione stanca che non li considera nemici ma liberatori. Mussolini viene destituito dal Gran Consiglio del Fascismo su iniziativa del gerarca Dino Grandi. Il re Vittorio Emanuele III lo fa arrestare e al suo posto nomina il generale Pietro Badoglio che annuncia ai tedeschi che la guerra continua a fianco dell’alleato tedesco intanto il re manda uomini di fiducia a negoziare l’uscita dalla guerra con gli angloamericani, che pretendono la resa incondizionata. Il 3 settembre quindi l’Italia firma l’armistizio di Cassibile come nazione sconfitta, abbandona l’alleanza con la Germania e si allea con gli angloamericani per configgere i nazisti. Nessuno però comunica questa scelta al popolo italiano e questo si tramuterà in una tragedia: l’8 sarà il generale Dwight Eisenhower a farlo, alla radio, e l’Italia crolla. L’esercito chiede conferma a Roma ma sia il re che Badoglio avevano abbandonato la capitale per rifugiarsi nel sud del Paese, già liberato dagli angloamericani. A questo punto i militari italiani, in patria come negli Stati conquistati durante il conflitto, sono in balia dell’ex alleato tedesco: chi non cede le armi viene fucilato. I soldati avevano età diverse, i più esperti capirono cosa stava accadendo e fecero scelte precise, altri o seguirono gli ordini dei generali o si sbandarono completamente. Alla fine dei due milioni di soldati disarmati, ma nella confusione molti riuscirono a scappare e solo 800mila furono disarmati definitivamente. A loro fu chiesto di combattere a fianco della Repubblica sociale italiana e la Germania: 650mila rifiutarono e finirono nei campi di lavoro, questi sono gli Imi”.

Gli Imi non erano normali prigionieri di guerra però.

Adolf Hitler volle coniare un nuovo termine per gli italiani che lo avevano tradito – ha continuato Chiodelli –  quello di internati. Questo in modo che non avessero lo status di prigionieri e quindi nessun diritto a tutto ciò che la Croce rossa internazionale aveva stabilito da tempo per loro: niente pasti caldi né cibo e abbigliamento adeguati né cure mediche. Il diritto del prigioniero di guerra era nato nel 1850, invece i soldati italiani vennero trattati come veri e propri schiavi”.

Toccanti videotestimonianze di sopravvissuti

Chiodelli ha mostrato al pubblico, rapito dal racconto, le videotestimonianze di Militari italiani internati del territorio bergamasco, che sopravvissero all’inferno della cattura e della deportazione nei campi di lavoro: Giuseppe Carrara di Seriate, Pietro Bugada di Capizzone, Marino Schiavi di Onore, Luigi Lucchini di Leffe, Giuseppe Daldossi di Alzano lombardo, Gottardo Personeni di Clusone di Renato Zambelli di Bergamo e Federico Cattaneo di Dalmine. Nei lager vennero sfruttati per 9-12 ore al giorno, sette giorni su sette senza pause, mangiando solo brodaglie con scarti di verdure e dormendo sui giacigli per terra, vestiti con quello che avevano e in condizioni igieniche disastrose, alla mercé delle violenze dei nazisti.

“Dovevano lavorare per sostenere lo sforzo bellico, nella speranza che poi si convincessero a tornare a combattere in Italia – ha chiarito Chiodelli – Per raggiungere questi campi vennero caricati su vagoni bestiame, viaggiarono anche per settimane senza possibilità di accedere a servizi igienici, a acqua e cibo. Una volta arrivati al campo, un luogo cintato con delle baracche sorvegliato da uomini armati tutti i giorni, per spezzare i legami tra truppa e ufficiali i soldati semplici vennero subito divisi da questi ultimi. Tutti vennero spogliati di tutto e immatricolati, privati del nome e venne loro consegnata una piastrina di metallo con il nome del campo e in numero di matricola. Nessuna comunicazione con l’esterno e quando si poteva scrivere la posta veniva censurata”.

I reduci, ripresi da una videocamera nelle loro case, hanno raccontato non senza commozione la tragedia di quei giorni lontani con la lucidità e la consapevolezza di chi non può dimenticare, citando episodi strazianti ai quali sono sopravvissuti mostrando una forza e una resilienza fuori dell’ordinario.

“Mi hanno svuotato lo zaino e  messo al collo la piastra, lasciandomi solo il cappello – ha raccontato uno di loro, Marino Schiavi – ho preso posto nella prima baracca a destra del campo e lì mi sono accorto che nelle pieghe dello zaino era rimasta una piccola immagine della Madonna di Caravaggio, non l’avevano vista”.

“L’aveva ricevuta prima di partire per la guerra da una madre superiora – ha spiegato Chiodelli – Dietro una frase: “Abbi grande devozione nella Madonna ed Ella ti proteggerà, ti difenderà e ti salverà. A poche settimane dall’arrivo Schiavi contrasse il tifo e rimase in coma fino al 24 maggio 1944 quando sognò una donna vestita di rose bianche che lo toccò: il giorno dopo si risvegliò  miracolosamente e riuscì a salvarsi. Per lui era la Vergine di Caravaggio”.

Storie di sofferenze inaudite che hanno toccato il cuore di tutti: le bastonate che hanno reso invalido un militare al 60% perché uscito a prendere il pane con i buoni concessi per via della sua capacità di fare da interprete; le patate trovate per caso e cucinate alla bell’e meglio che hanno quasi soffocato chi le ha rinvenute per via dello stomaco rimpicciolito non più in grado di digerirle; le camminate negli ultimi giorni di guerra per sfiancare gli internati e poi eliminare chi crollava a terra con un colpo alla nuca, sotto gli occhi degli altri, ormai insensibili alla morte; gli sputi sul cibo di una civile tedesca di passaggio con un bambino; il difficile rientro in patria magari in treno, con il controllore che pretendeva il biglietto e la difficoltà a riprendere la vita quotidiana, anche solo a dormire in un letto e mangiare a tavola.

“Gli internati ci hanno insegnato che c’è sempre una possibilità di scelta – ha concluso Chiodelli – la loro fu di dire no”.

Al termine della conferenza il presidente dei fanti Battista Rizzoli ha ringraziato il pubblico per la partecipazione e Fabio Testa della Bcc per la concessione della sala, augurandosi di poter portare a termine la missione di consegnare le medaglie d’onore a più militari ghisalbesi possibile. Poi i saluti del sindaco e gli applausi a Chiodelli, per la chiarezza e la competenza mostrate durante tutta la serata.

“Illustrazione esplicita e senza fronzoli che mi ha commosso – ha affermato Conti – non conoscevo molte delle cose che ho sentito. E’ doveroso trasmetterle ai nostri giovani, sembra che la Storia non insegni mai abbastanza visto quello che accade oggi, queste serate di presa di coscienza sono sempre più utili. Grazie ai fanti per lo sforzo che stanno facendo per consegnare le medaglie, so che vi sta aiutando l’assessore Bosis. Per coloro che non le otterranno ci sarà comunque un ricordo da parte del Comune”.

In chiusura anche un ricordo da parte di don Mangili: “Un sacerdote mio compaesano di Albano Sant’Alessandro venne internato e spargeva nei campi come concime le ceneri provenienti dai campi di concentramento… in quel periodo promise alla Madonna del Santuario cittadino che se fosse tornato vivo si sarebbe fatto prete, e così è stato”.