Lutto

L'”ascesi quotidiana” di don Eugenio Riva: un addio salesiano

Oggi pomeriggio a Chiari l'istituto San Bernardino era gremito per il funerale del sacerdote trevigliese

L'”ascesi quotidiana” di don Eugenio Riva: un addio salesiano

Un lungo applauso composto, accompagnato da una chitarra e da un coro. Un cortile pieno di ragazzini e ragazzine, che davanti alla cappelletta di don Bosco accoglie la bara, semplice e austera, insieme a decine di sacerdoti salesiani con la loro casula viola, con lo sguardo triste di chi saluta un amico. È stato un saluto grande, ma al tempo stesso semplice e sorridente, quello che oggi pomeriggio a Chiari ha riempito l’istituto San Bernardino, per il funerale di don Eugenio Riva.

Trevigliese di nascita, e per anni direttore dell’istituto don Bosco (tra il 1994 e il 1999), don Eugenio era da cinque anni il direttore della Casa salesiana della cittadina bresciana. Proprio a “Samber” – così a Chiari tutti conoscono il grande istituto, tra i più grandi della Lombardia, che proprio quest’anno festeggia i cento anni di vita – don Eugenio aveva deciso di trascorrere gli ultimi anni. Ma da tempo era anche – attraverso vari incarichi – una colonna portante del movimento salesiano italiano e non solo. Si è spento domenica, all’età di 74 anni, in un hospice di Brescia, per il riacutizzarsi di una malattia che l’aveva già colpito in passato, e che sembrava vinta. Come da sue volontà, dopo il funerale di oggi sarà tumulato al cimitero di Treviglio.

Addio a don Eugenio Riva

A celebrare le esequie, nel palazzetto “Don Elia Comini” di Samber, c’era don Fabio Attard, undicesimo successore di don Bosco, nonché guida spirituale e amministrativa della Congregazione a livello mondiale. Don Fabio, nella lunga e accorata omelia funebre, ha tracciato un ritratto a 360 gradi di don Eugenio, e della sua vita interamente percorsa, spesa e santificata alla causa dei Salesiani, non soltanto in Italia. Una vita attraversata dalla presenza costante di una preghiera tutt’altro che formale, ma “matura, adulta, filiale. La preghiera di chi conosce il Padre e si fida di lui”, nelle parole di don Fabio. Dal ricordo di don Attard emerge un dettaglio, sugli ultimi giorni di vita del sacerdote. “Ricordava con commozione le preghiere comunitarie di quando era ragazzo. Proprio qui, a Chiari. La messa quotidiana. Il rosario. Le preghiere della sera”. Una “radice” profonda, quella del carisma salesiano, che l’ha accompagnato per tutta la vita”. Una vita che è del resto stata anche, e per molti anni, “di governo”. “E’ stato per tre volte ispettore – ricorda don Fabio – Per l’ispettoria lombardo-emiliana, l’ispettoria nord est e poi a Roma”. Per  uno dei suoi più stretti collaboratori, suo vicario per sei anni, don Damasio Medeiros: “in lui risplendeva un’ascesi quotidiana, segnata dalla temperanza e da un rispetto profondamente evangelico per le persone che incontrava”. Ebbene, continua don Fabio, “non è possibile governare in questo modo, senza abitare ed essere nutrito dalla relazione con il Padre celeste”.

L’adolescenza a Treviglio, sulle tracce di don Bosco

Una radice, si diceva, che arrivava da lontano, dall’adolescenza. Proprio due mesi fa, consapevole delle proprie condizioni di salute, don Eugenio aveva scritto in una sorta di memoriale come proprio “negli anni giovanili” avesse “maturato la scelta fondamentale della mia vita: diventare figlio di don Bosco. Anche se in realtà, le radici risalivano ancora al periodo precedente, quando con mio papà, i miei fratelli e mia sorella frequentavamo l’oratorio salesiano di Treviglio. Per me allora c’era posto solo per don Bosco”. La stessa radice, solida e matura, che sorreggeva il suo essere sempre “in pace” con il mondo e con gli uomini. Anche nelle ultime settimane di vita, quando serenamente ha affrontato la sofferenza e la morte. Dieci giorni fa aveva anche scritto una preghiera, che si apre così: “Gloria al padre, che mi ha fatto dono della vita in una bella famiglia, e poi nella famiglia salesiana”.