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Il ricordo

Ciao Giorgione, il saluto del Bepi: “Era mio amico e ne era oltremodo fiero”

Tra i tanti che hanno avuto parole di ammirazione e affetto per Giorgio Forini c'è anche il cantante bergamasco.

Ciao Giorgione, il saluto del Bepi: “Era mio amico e ne era oltremodo fiero”
Cronaca Romanese, 30 Gennaio 2020 ore 08:23

Sono in tantissimi, in questi giorni, a ricordare con affetto Giorgio Forini, per tutti Giorgiorne, il gigante buono che alla guida delle ambulanze si era fatto conoscere in tutta la Provincia. A Romano, dove era possibile incrociarlo in ospedale pronto a partire con l’ambulanza per soccorrere qualcuno, il ricordo è pieno d’affetto. Scomparso a 57 anni dopo aver lottato contro la malattia era un amico per tutti.

Ciao Giorgione

Ma non solo a Romano. Da grande tifoso atalantino i ragazzi della Curva Nord gli hanno dedicato un piccolo e semplice pensiero: un saluto e una bandiera a lutto sul profilo Facebook “Sostieni la Curva”. Ma a spaccare i cuori di chi l’ha conosciuto è il ricordo di un grande amico: Tiziano Incani, alias il Bepi, di cui Giorgione era un grande fan. Un’amicizia che il Bepi ha voluto ricordare così.

Il ricordo del Bepi

“Dovrei avere il tempo per andare negli archivi fotografici del Bepi, pescare le foto in cui portava i suoi 130 kg a ballare la techno sul palco di Trescore, con un sorriso da bambino sul volto che valeva l’incasso della festa. Dovrei recuperare l’orgoglio con cui, ai tempi in cui ancora cantavo “Massimo Carrera” tra la folla, “spostava” la gente davanti a me, proprio come si fa con le vere star. Dovrei ripescare le volte in cui mi prendeva in spalla e mi portava ovunque per dimostrare che poteva farcela (gliel’ho ricordato anche l’ultima volta che l’ho visto, quando sono stato io a doverlo sollevare di peso per metterlo a letto). Dovrei ricordare quando al Bepiraduno di Nembro ripeté l’operazione con in spalla Al-ber-to! (e la sua tastiera) che suonava “Per l’Atalanta”.

Giorgio era mio amico. Ne era oltremodo fiero.
A lui perdonavo anche quel suo dire costantemente a tutti: “Lo sai chi è lui?”, anzi, “Sét chi ca l’è chèsto?” perché lui era molto più a suo agio col dialetto che con l’italiano.
E poco importava se, una volta ogni tre, gli dovevi far ripetere cos’aveva detto, un po’ perché se lo era mangiato, un po’ perchè ‘l sò dialèt dela Al Caalìna l’ìa tròp istrécc.
Il suo calvario mi fa paura. Mi fa paura pensare a quanto si debba soffrire per riuscire a lasciare questo mondo. Mi fa paura quella sofferenza talmente grande da non riuscire nemmeno più a comunicarla. Ma, ancora una volta, mi sbalordisce la forza di quest’uomo che fino all’ultimo non l’ha mollata la vita, aggrappato a un ottimismo straripante, a un’allegria innata che riusciva a venir fuori persino gli ultimi giorni, a una passione per la Dea che era profondissima, viscerale, al punto che, pur non parlandone più, io non ricordo d’averlo mai visto vestito con colori diversi dal nerazzurro, nemmeno all’ospedale. Giorgio mi aveva affiancato come “valletta” in qualche puntata del Bepi Quiss: era stato bravo perché, contrariamente a quel che si sarebbe pensato, aveva il senso dell’umorismo, ma anche della misura e sapeva fin dove poteva spingersi. Qualcuno lo criticò per questo. Per avermi fatto da “gioppino” e non aver mai ripudiato il Bepi. Giorgio conosceva bene il branco, ma rimaneva Giorgio, sempre.
Non me lo disse mai quanto lo facevano soffrire certe liti che aveva fatto e faceva per “colpa” mia, ma non ebbe mai un solo dubbio nel volerle fare.

“Quando ègne fò de l’uspedàl ta fó sunà a Munasteröl e pò a Ranzanìch…e pò a Spinù: ta fó rià söl palco col motoscafo!” mi diceva sempre
“S’pöl gnach indà col motoscafo söl lach de Ènden!” rispondevo.
“Preòcüpes mia té…”

“M’ét purtàt chi laùr là (adesivi) de metì sö söl mé quad? Bala Valseriana, la crapa la sfiama…” mi disse in ospedale solo poche settimane fa.
“Certo – risposi io – e ta ‘nno fàcc zo ön óter c’al dis SPUSTISSA CHE ‘L PASSA ‘L GIURGIÙ!”.
Sono convinto che dove è andato Giorgio quell’adesivo non servirà, ma, esattamente come facevamo io e i Prismas, si sposteranno tutti lo stesso, mettendo la faccia più impaurita del mondo, perché lui ci teneva a essere “ü catìf”.
Lo dicevano i suoi innumerevoli tatuaggi, gli orecchini, i piercing, l’elenco cospicuo di “marachelle”…epür al ga mai credìt nisü stès.
“L’è ‘ndàcc a sta bé chèl cagnì là, eh Bepi! A ‘lla töt öna s-cetìna ca ‘llo trata pròpe bé…madóna sa l’ìa cuntéta!”
Una frase da vero gangster.
Anzi, da vero Lord e, una volta tanto, senza ironia.
Ciao Giorgio…”

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