Storia

Un passaporto, 80 anni dopo: zio Bele è tornato a Fara d’Adda

La storia di Abele Brambilla, tra Cassano d'Adda, Fara d'Adda e la prigionia in Germania dopo l'Armistizio. Dall'Olanda torna il suo documento

Un passaporto, 80 anni dopo: zio Bele è tornato a Fara d’Adda

A casa lo chiamavano «zio Bele». E in molti a Fara d’Adda si ricordano di quest’uomo silenzioso e riservato, che fino ai primi anni Settanta faceva la spola come tanti faresi tra la sua casa in centro, nella «cor di maiaremech», oggi via Trento, e la grande città, Milano.
Era il 1973 quando si spense, nemmeno cinquantenne. Alle spalle, una vita breve e probabilmente dolorosa, segnata come per altre centinaia di migliaia di italiani dalle ferite della guerra. Abele Brambilla era infatti stato un IMI, un internato militare italiano. La sua storia è riaffiorata oggi come un fiume carsico, per uno dei tanti capricci della storia che sorprendentemente riportano a galla – talvolta dopo decenni – volti e uomini dimenticati. In questo caso, facendo giri incredibili e passando dal bel gesto di una famiglia olandese.

Abele Brambilla (1924 – 1973)

 

Il “passaporto” del Terzo Reich e Abele Brambilla, prigioniero in Germania

Capita infatti che in una cantina, in una città dei Paesi Bassi, nelle scorse settimane, una coppia decide di fare pulizia. Aprono un cassetto e si trovano tra le mani una pila di vecchi documenti, appartenuti ad un parente scomparso quasi trent’anni fa, grande appassionato di storia. Tra le carte c’è un «Vorlaufiger Fremdenpass», un passaporto per i lavoratori stranieri deportati in Germania dal Terzo Reich nazista, verso la fine della Seconda guerra mondiale.
Insieme alla foto di un bel ragazzo ventenne dal volto pulito, c’è il nome: Abele Brambilla, nato a Cassano d’Adda il 9 marzo 1924. Accanto, il timbro: l’aquila nera con la svastica negli artigli. La data: 1944.

Dall’Olanda alla ricerca degli eredi

Meritoriamente, i due olandesi decidono di non gettare tutto nel cestino: da qualche parte in Italia, devono aver pensato, questo internato militare deve avere ancora una famiglia, che forse come tante altre alla fine della guerra deve averlo aspettato a lungo e con ansia, prima di riabbracciarlo. Karin Baak e Rob de Weerd decidono quindi di mettersi alla ricerca di qualcuno cui restituire il passaporto. Basandosi sul Comune di residenza, cercano in primo luogo i giornali locali e trovano la Gazzetta dell’Adda-Martesana, il settimanale del gruppo Netweek «gemello» del Giornale di Treviglio, che si occupa della pianura milanese a ovest dell’Adda. La redazione, tramite la nostra collega Laura Spinelli, si mette in moto.

Una ricerca negli archivi dell’Anagrafe di Cassano, e alcuni pezzi del puzzle cominciano a combaciare, anche grazie all’interessamento del sindaco Fabio Colombo e dell’Anagrafe. Eccolo, Abele: nato a Cassano d’Adda, sì. A Groppello, per la precisione. Ma in realtà farese d’adozione, dato che nell’ottobre 1950 si sposò con una donna residente al di qua del fiume, Antonia Vallini. La palla passa quindi anche al Giornale di Treviglio. Insieme ai colleghi della Gazzetta e grazie alla collaborazione tra l’assessore ai Servizi sociali di Fara Giusi Modanesi e la dirigente dell’ Anagrafe Noemi Rossoni – campionessa di memoria, competenza e passione – abbiamo rintracciato nei giorni scorsi Maria Teresa Vallini, nipote di primo grado di Abele: il papà era il fratello di Antonia, moglie di Abele. Ed è a lei – soddisfatta e felice per l’inatteso cimelio che aggiunge un tassello alla storia familiare – che ci ha raccontato chi era zio Bele.

L’ironia tragica della Storia: prigioniero a Gera, in Turingia

La incontriamo martedì mattina in Comune. In mano, una cartelletta zeppa di carte giallastre, ereditate dalla zia Antonia, che è scomparsa nel 2021, 94enne. Sono i documenti sulla prigionia dello zio, morto appunto all’inizio degli anni Settanta senza avere avuto figli. «Certo che mi ricordo di lui – spiega – Anche se avevo 12 anni quando morì, ero giovane».
Dal libretto di lavoro si deduce che Abele cominciò a lavorare tredicenne, come operaio in una torcitura. Il corso di avviamento professionale lo porta poi all’Industria composizioni stampate di Canonica, nei primi Quaranta. Poi, la chiamata alle armi, nella Marina. Qualche informazione su di lui la si trova anche in «Internato N», un libro-ricerca di Silvio Villa, un altro IMI nonché sindacalista e presidente onorario della sezione Anpi di Cassano. Quando fu preso prigioniero, pochi giorni dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, Abele si trovava imbarcato a Pola, in Croazia. Ventenne, finì in uno M-Stammlager, un campo di lavoro in Turingia. C’è anche una curiosa coincidenza che sembra ironia macabra, a rendere più spietato quel destino. Il suo «carcere» era nella città di Gera, una grossa città tedesca piena di fabbriche di macchinari e impianti tessili convertiti per la produzione bellica, nelle quali la manodopera italiana era impiegata per sostenere lo sforzo di guerra nazista. Per Abele, casa e prigione avevano crudelmente (quasi) lo stesso nome.

Due anni più tardi, alla fine del 1945, finita la guerra, rientrerà in Italia. Ma del bel marinaio sorridente ritratto sul passaporto doveva essere rimasto poco. Lo si intuisce ad esempio da una lettera di congedo per malattia: una relazione medica parla degli esiti di una violenta tubercolosi. Ma anche il carattere era cambiato. «Parlava pochissimo, ha parlato pochissimo per tutta la vita – così lo ricorda la nipote – Ma era un uomo buono e gentile: mia zia, sua moglie, lo ricordava spesso così».

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