Intervista

Emergenza maranza nella Bassa: che fare? Parla l’ex Capo della Polizia Gabrielli

La sicurezza "relazionale", il prete di Caravaggio aggredito, i giovanissimi armati di coltello e il crollo delle agenzie educative.

Emergenza maranza nella Bassa: che fare? Parla l’ex Capo della Polizia Gabrielli

A Roma lo chiamano «lo sbirro tranquillo». Sessantasei anni, quaranta dei quali in Polizia, Franco Gabrielli oggi insegna alla Bocconi di Milano, ma alle spalle ha uno dei curriculum più clamorosi d’Italia nel campo della sicurezza: è stato Capo della Polizia, Capo della Protezione Civile, Prefetto dell’Aquila durante il terremoto, Prefetto di Roma, e direttore del Servizio per le informazioni e la sicurezza democratica: nientemeno che i nostri servizi segreti civili. Eppure, seduto all’ultimo tavolo in fondo alla grande sala del “Matè” di Treviglio, sorseggia una media e divora una pizza come un avventore qualunque, chiacchierando sornione e dosando aneddoti divertenti con un incrollabile rigore d’analisi.

Franco Gabrielli

Franco Gabrielli a Treviglio: l’intervista

A portarlo in città è stata la consigliera dem Laura Rossoni, per l’associazione «Fare meglio»: giovedì sera della scorsa settimana, al cinema Anteo ha organizzato per la rassegna Mondovisioni 2026 di Internazionale un incontro con lui e con il sindaco di Bologna Matteo Lepore (che però ha dato buca, mandando un video preregistrato), attorno al docufilm «Dialogue Police» di Susanna Edwards, e alle politiche securitarie in materia di ordine pubblico. Dovrebbe promuovere, in teoria, un libro in uscita («Contro la paura – Manifesto per una sicurezza democratica», scritto con Carlo Bonini per Feltrinelli e in uscita a fine mese). Ma di citarlo, Gabrielli se ne dimentica quasi, mentre discorre di maranza e baby gang, dei nuovi decreti sicurezza del Governo Meloni, e di com’è che a proposito di pubblica sicurezza, questo Paese, tra buonisti e cattivisti, abbia perso la bussola.

Ma cominciamo dalla cronaca locale: dall’aggressione di settimana scorsa al curato di Caravaggio don Andrea Piana, circondato e bersagliato da un un gruppo di maranza 15-16enni per aver difeso alcuni ragazzini dell’oratorio che questi avevano pestato. Di lì a poche ore, sabato notte, a Massa Carrara c’è scappato il morto: l’agghiacciante caso di Giacomo Bongiorni, ucciso davanti al figlio per un rimprovero.

Gabrielli, il fenomeno è preoccupante: nelle nostre pagine di cronaca ormai c’è almeno un caso a settimana…

Sì, ma attenzione a non confondere le cose: i gruppi di «maranza» non sono necessariamente baby gang. Si tratta di due fenomeni molto diversi.

Spieghi…

Le baby gang sono vere e proprie organizzazioni, con un loro codice. Gruppi che assomigliano per esempio ad esperienze di criminalità latinoamericane. Il fenomeno che invece stiamo conoscendo oggi presenta modalità di azione diverse, perlopiù estemporanee. Il che è peggio, per molti versi, perché disarticolare questi gruppi è più difficile, se mancano di una struttura verticistica, con dei ruoli direttivi. Queste aggregazioni sono essenzialmente il frutto di condizioni di gravissimo disagio, che il Covid ha ulteriormente aggravato. E che, secondo me, non possono essere approcciate soltanto con gli strumenti penalistici.

Il Governo ha annunciato un bando al porto dei coltelli, proprio per mostrare «tolleranza zero» nei confronti di uno degli aspetti più preoccupanti del fenomeno. Il Decreto Sicurezza 2026 (in vigore da fine febbraio) ha inasprito le norme e vieta per esempio di portare fuori casa lame più lunghe di 5 centimetri, se dotate di blocco lama o apertura a una mano. Servirà a qualcosa?

Purtroppo (o per fortuna) in molti fenomeni criminali, l’Italia arriva un po’ in ritardo. Il fenomeno dei coltelli ad esempio colpì Londra già alla fine della prima decade di questo secolo: lo «stabbing» era ed è una modalità estremamente preoccupante. Ma cos’è successo in Inghilterra? (Il Regno Unito, dopo decine di migliaia di casi, introdusse una serie di regole molto stringenti sul porto di coltello, simili a quelle recenti imposte in Italia, ndr). Che i coltelli, prima delle aggressioni, venivano nascosti: gli utilizzatori potevano così averli a disposizione proprio dove serviva, per poi disfarsene. Ecco quindi che un approccio soltanto repressivo non produce gli effetti che si vorrebbero, perché gli stessi fenomeni tendono ad adattarsi e a modificarsi. Per contro, è vero anche che il coltello è anche diventata una moda, che coinvolge persone che non necessariamente hanno volontà di fare danno: in molti ormai lo portano per difesa, come una sorta di «coperta di Linus». Ecco che quindi una norma che ti dice: «No, il coltello non lo puoi portare» e stabilisce delle conseguenze, non è negativa in sé. Basta che si comprenda che questa non sarà la risoluzione del problema.

Nei giorni scorsi la Bergamasca è stata teatro di un altro grave e inquietante episodio: l’accoltellamento della professoressa Mocchi da parte di un suo studente 13enne. Due casi diversissimi, ma una radice comune sembra essere la perdita di rispetto nei confronti dell’autorità.

Sicuramente. Ma viviamo una grande contraddizione: da un lato, i fenomeni che osserviamo sono sempre più complessi, dall’altro la complessità ha l’innegabile svantaggio di non essere gradita. Nella vicenda del prete di Caravaggio ad esempio ci sono moltissime questioni. C’è il problema migratorio e della mancata integrazione, il problema della devianza giovanile, e certo anche quello della perdita di autorevolezza delle istituzioni. Ma Christa Wolf una volta scrisse: «Non c’è menzogna troppo grossolana a cui la gente non creda, se essa viene incontro al suo segreto desiderio di crederci». Tradotto: in un tempo in cui la profilazione degli algoritmi alimenta le bolle in cui viviamo, cerchiamo spiegazioni come quei pazienti che girano dieci medici fino a quando non trovano quello che dice loro quello che vogliono sentire.

E quindi come se ne esce? Come si intercetta un fenomeno complesso?

Intanto, il problema è che sono saltate molte delle agenzie educative. La famiglia. Le parrocchie. La scuola, che è stata caricata di troppi compiti e incombenze. Ma non ci si può arrendere. Molto spesso ho invece la sensazione che si certifichi il fallimento come una forma di alibi per sé stessi. Si dice: «E’ così…».

La scuola.

Un insegnante, dopo anni e anni di servizio, prende 1600 euro al mese. Ma la riconoscibilità e l’autorevolezza, a maggior ragione nel tempo in cui viviamo, passa anche attraverso il ranking sociale. Una volta, quando a scuola c’era un problema, i genitori davano ragione agli insegnanti, davanti ai figli. Anche se poi, magari, talvolta privatamente si pensava il contrario. Oggi invece spesso si va per avvocati quando per esempio c’è una bocciatura. E vogliamo parlare dei genitori? Avete poi mai frequentato i campetti da calcio?

Racconti…

Da direttore del Sisde, accompagnavo mio figlio a giocare. Il mio problema al campetto era mettermi in posizione tale da non essere coinvolto nelle risse tra i genitori…

Torniamo al Decreto Sicurezza, e all’approccio repressivo ostentato dal Governo

Sono molto critico: il tema, intanto, non è che ci sia o meno la possibilità di punire i colpevoli, ma che la punibilità poi sia effettiva. E poi, la sicurezza è sempre una costruzione, e non è «in capo» soltanto a chi detiene il potere statuale, il potere repressivo. E’ fatta dalle relazioni. Viviamo realtà vulnerabili, incerte, ambigue, e situazioni che devono essere in qualche modo essere affrontate entrando nella loro complessità. Ed è ovvio che tutto ciò è molto più complicato di quanto si vorrebbe. Se invece l’unica modalità in cui ci si approccia ai problemi è quello dello slogan, non ci siamo. Nella vita le linee rette non esistono, esistono invece molti arabeschi.

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