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Basket, Andrea Mazzucchelli: “A Treviglio mi sento a casa”

Un'intervista a 360 gradi con playmaker nato il 29 novembre del 1994, che ha iniziato a giocare a basket nella BluOrobica

Basket, Andrea Mazzucchelli: “A Treviglio mi sento a casa”
E’ nato a Bergamo, dove vive con la moglie Chiara, il 29 novembre del 1994, ha iniziato a giocare a basket nella BluOrobica, ma a Treviglio si sente “a casa”. Nella lunga chiacchierata col nuovo playmaker della Tav Treviglio Brianza, più di una volta viene fuori questa parola, questa bella e magica sensazione: “Qui mi sento a casa”.

A tu per tu con Andrea Mazzucchelli

Andrea è oramai un uomo, abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo neanche diciottenne quando ha esordito in Serie B con Orzinuovi. Ragazzino educato, riservato allora. Uomo educato, riservato e molto molto deciso oggi. Mazzucchelli è il prototipo del giocatore che tutti i coach vorrebbero avere: attento, preciso, minuzioso. Ma anche pieno di grinta, di sogni, di voglia di combattere e vincere. Dentro ha la fiamma che aspetta solo la scintilla per accendersi e per accendere la passione e la fantasia dei tifosi. Cosa che a Treviglio non manca di sicuro. Ma allo stesso tempo Andrea sa ponderare pensieri e parole, è stato capitano a Mestre ma è capitano dentro. E conta molto in campo. Così come conta nella vita.

Tante squadre e tanti allenatori carismatici ed esperti. Per la prima volta avrai un allenatore quasi coetaneo, coach Cardelli è del 1992…

“Il mio percorso fin dal primissimo anno ad Orzinuovi quando ero diciottenne, l’ho sempre preso con l’idea di prendere il meglio da ogni allenatore e dai compagni di squadra più esperti che ho incontrato. Ed è sempre stato così, poi man mano che si presentavano allenatori nuovi cercavo sempre di trarre il meglio fino ad arrivare all’apice della mia carriera, e intendo il campionato vinto a Mestre con la promozione in A2,  con coach Mattia Ferrari che ha completato un percorso di tre stagioni iniziato con Cece Ciocca. Da tutti ho cercato di prendere qualcosa, sia tecnicamente che umanamente, e adesso che sono arrivato a Treviglio, che per me significa essere a “casa”, conosco bene il valore dell’allenatore uscito da un  settore giovanile molto importante come è quello dell’Olimpia Milano. Senz’altro ha carisma e qualità tecniche e umane. Sicuramente gli posso dare una mano: io, capitan Reati e Borra siamo un po’ le “chiocce” dei ragazzi più giovani in squadra”.

Nell’amichevole con Lumezzane durante un time out hai parlato tu alla squadra. E’ una cosa che, con l’approvazione dell’allenatore, ti senti di fare?

“Sì. Fa parte della mia idea di non snaturarmi, è una cosa che ho imparato negli anni dove man mano ho acquisito esperienza e personalità. E’ una cosa che fa parte di me, lo facevo quando sono stato capitano per tre campionati a Mestre, ma l’ho fatto anche quando non lo ero. Parlare alla squadra, parlare alla società, sono cose che mi piacciono e mi fanno sentire effettivamente parte di qualcosa di importante e fa parte della mia natura”.

Tanti coach dai quali hai sempre imparato qualcosa, ce lo racconti?

“Andrei con ordine partendo da Riccardo Eliantonio che mi ha scelto dal settore giovanile di Orzinuovi per giocare nell’allora Serie B. Lui è stato il primo ad aver creduto in me e mi ha sempre dato una chance, il resto me lo sono guadagnato da solo nel prosieguo dell’attività. Negli anni ricordo Giulio Cadeo, coach di Firenze, che ha creduto in me e mi ha portato lontano da casa per la prima volta. Andrea Niccolai da ex carismatico giocatore, mi ha trasmesso da allenatore la “fame” quotidiana che lui metteva nel proprio lavoro e ho cercato di metterla anch’io nella costanza e nella dedizione. Paolo Piazza allenando in un ambiente caldissimo come Vigevano mi ha dato delle responsabilità da portare di fronte ad un pubblico infuocato. A Vicenza ho incontrato direttamente Cesare Ciocca, anche se ci conoscevamo già, che effettivamente ha puntato su di me e sulla mia maturità dandomi tanta responsabilità anche sul piano umano, e infatti mi ha poi portato a Mestre per un percorso che voleva essere vincente e questo mi ha riempito di orgoglio. Infine Mattia Ferrari ha tirato fuori il meglio da me tecnicamente e umanamente. Mi ha “consacrato” e sarò suo debitore per sempre perché mi ha regalato la felicità più bella a livello sportivo che un atleta  può ottenere”.

Hai fatto un percorso eccellente, bravi sì gli altri, ma soprattutto bravo Andrea!

“Sì, non sempre mi sono ricordato di attribuirmi dei meriti, ho sempre lavorato a testa bassa e poi ogni tanto la tiravo su per vedere se avevo ottenuto qualcosa. Con l’età ci si rende conto di cosa hai fatto, e come lo hai fatto, e posso dire che ho sempre avuto tanta pazienza. La parola pazienza la uso tutti i giorni anche nella vita non sportiva, attribuisco un grande valore a questa parola: non significa aspettare che accada qualcosa. Ma qualcosa accade se tu continui ad avere pazienza senza snaturarti, facendo le cose come sei abituato a farle se credi nel tuo personale metodo, che si deve rapportare di volta in volta con la realtà che stai frequentando. Nel mio piccolo ho ottenuto qualcosa comportandomi così, ne sono soddisfatto e ne vado fiero. Questo modo di fare mi ha portato tanto anche fuori dal campo”.

Ci hai giocato contro da giovane e ora indossi la maglia di Treviglio, una realtà storica del basket non solo lombardo. Una piazza di grande blasone e di altissimo livello, dove la palla a spicchi è sempre stata la “regina”.

“Io a Treviglio venivo a giocare quando facevo le giovanili con la BluOrobica, e venivo a vedere le partite quando Davide Reati, l’attuale capitano, già giocava in prima squadra. Tutte persone che hanno gestito sempre al meglio la società: che fosse un posto molto ben strutturato per poter fare il giocatore professionista già lo sapevo. Adesso che ho l’opportunità di sedermi in quello spogliatoio e in quella panchina è il massimo. Treviglio è un posto dove si può lavorare al meglio, non manca niente: l’organizzazione è super, è uno di quei posti che, secondo me, in primis magari i ragazzi giovani dovrebbero guardare ancor prima degli aspetti contrattuali e delle ambizioni personali. Qui puoi lavorare, fare affidamento sulla società che per prima punta sui giovani, e nel mio caso esserci arrivato a 32 anni in una condizione fisica e mentale ottimale è una goduria totale. Non vedo l’ora di esultare assieme al pubblico, non vedo l’ora di fare in campo quello che vedevo fare dagli altri quando ero bambino. Per me Treviglio è uno dei posti top in Italia per il basket”.

Squadra giovane e nuova, che idea ti stai facendo?

“Come tutte le squadre giovani ha bisogno di un periodo di assestamento per amalgamarsi, per conoscersi, per capire la categoria, per capire lo sforzo fisico che bisogna affrontare rispetto ad un campionato giovanile o una categoria inferiore. Tutta una serie di ostacoli che di squadra si possono superare e noi “chiocce” dobbiamo essere di esempio, magari anche con una parola detta al momento giusto. E bisognerà affrontare ogni partita con la “fame” che hanno i ragazzi giovani e che tutti stanno assolutamente dimostrando sin dalla preparazione. E la “fame” non deve essere fine a se stessa, ma deve avere un obiettivo e secondo me dobbiamo avere l’ambizione di puntare ai playoff. Ma questo però non ti deve distrarre da quello che devi fare quotidianamente”.

Cosa è la pallacanestro per Andrea Mazzucchelli?

“Quando ero nelle giovanili mai avrei pensato al basket come lavoro per tanti anni. Adesso dopo 15 anni attività penso che è stata l’attività che più ha espresso quello che è il vero Andrea”.