Il 21 febbraio 2026 Codogno ha ricordato con una cerimonia particolarmente toccante il dramma della pandemia da Covid-19, un dramma che ha avuto in questo piccolo comune del Lodigiano il suo epicentro. Se il mondo intero è stato sconvolto dal virus, il merito di aver scoperto il primo caso accertato in Italia va a una professionista di Cremona: la dottoressa Annalisa Malara.
L’intuizione che cambiò tutto
A soli 38 anni, nel febbraio 2020, Annalisa Malara era anestesista e rianimatrice all’ospedale di Codogno. Fu lei a intuire, per prima, che il giovane paziente che aveva di fronte non stava semplicemente soffrendo di una polmonite virale, ma di qualcosa di diverso, di più grave, di sconosciuto. Il 20 febbraio 2020 un giovane sportivo di 38 anni, Mattia Maestri, venne ricoverato in rianimazione con una polmonite bilaterale severa, che non rispondeva ai comuni antibiotici. Solo due giorni prima era stato dimesso con una diagnosi di polmonite leggera, ma le sue condizioni erano precipitate rapidamente. Malara si trovò di fronte a un caso atipico: nessun viaggio in Cina, nessun contatto diretto con casi segnalati. Eppure qualcosa non tornava. “Quando un malato non risponde alle cure normali, all’università mi hanno insegnato a non ignorare l’ipotesi peggiore”, avrebbe poi raccontato. In un momento in cui i protocolli sanitari non prevedevano il tampone per chi non provenisse da aree considerate a rischio, la giovane anestesista decise di chiedere un test per il nuovo coronavirus. Un passo che richiedeva coraggio e assunzione di responsabilità. “Mi fu detto che se lo ritenevo necessario e me ne assumevo la responsabilità, potevo farlo”. Il test confermò l’intuizione: era il primo caso accertato di Covid-19 in Italia.
Codogno, epicentro inatteso
La scoperta del “paziente 1” segnò uno spartiacque. Il 23 febbraio 2020 il governo istituì la prima “zona rossa” attorno a Codogno e ad altri comuni del basso Lodigiano. Le forze dell’ordine presidiarono il territorio, scuole e negozi chiusero, le strade si svuotarono. Quel piccolo centro lombardo divenne il simbolo di una minaccia improvvisamente concreta. Fino a quel momento il virus sembrava un problema lontano, circoscritto alla Cina e ad alcuni focolai isolati. La diagnosi arrivata da Codogno dimostrò che il contagio circolava già in Italia. Le sirene delle ambulanze, le terapie intensive sotto pressione, il personale sanitario esausto: da quel giorno iniziò una delle emergenze sanitarie più gravi della storia repubblicana. L’intuizione di Malara non solo permise di identificare il primo caso, ma rese evidente che il Paese stava per affrontare una sfida senza precedenti.
Il riconoscimento al coraggio
Negli anni successivi, il ruolo della dottoressa Malara è stato ampiamente riconosciuto. Il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana le ha conferito la ‘Rosa Camuna’, il più alto riconoscimento regionale. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella l’ha nominata “Cavaliere della Repubblica Italiana”, sottolineando il valore scientifico e umano del suo gesto. Anche il mondo dell’informazione le ha tributato onori: il settimanale Vanity Fair l’ha inserita tra le personalità più significative dell’anno, mentre Sky TG24 l’ha premiata come “personaggio dell’anno 2020”. Ma al di là delle onorificenze, resta il peso di una decisione presa in poche ore, in un contesto di incertezza assoluta. Una scelta professionale e morale che ha cambiato il corso degli eventi, portando alla luce ciò che fino a quel momento era invisibile. Sei anni dopo, il ricordo di quei giorni non è solo memoria di dolore, ma testimonianza di responsabilità e competenza. Perché, talvolta, la storia si piega davanti all’intuito di chi, nel silenzio di un reparto di rianimazione, decide di non voltarsi dall’altra parte.