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Padre Maccalli, ancora nessuna notizia dopo il suo rapimento

Sempre più probabile che dietro ci siano i fondamentalisti islamici.

Padre Maccalli, ancora nessuna notizia dopo il suo rapimento
Cronaca Cremasco, 23 Settembre 2018 ore 14:33

Ancora nessuna notizia di Padre Gigi Maccalli, rapito nella notte tra il 17 e il 18 settembre mentre si trovava in missione in Niger.

Padre Maccalli, l’intera comunità prega per lui

Ad annunciarlo è Enrico Fantoni, direttore dell’Ufficio Missioni della diocesi di Crema. “Il fatto positivo – scrive in una nota – è che non diminuiscono né la solidarietà delle persone (e molti sono i missionari che scrivono o telefonano) né i momenti di preghiera. All’ormai tradizionale momento di preghiera che quotidianamente si svolge a Madignano alle ore 21, se ne affiancano altri. Come quello che venerdì sera ha preceduto l’intervento di don Nardello in occasione del Convegno diocesano.

Una vita per la missione

Nel corso della preghiera sono stati proiettati due brevi, ma significativi, spezzoni di una lunga intervista effettuata da Romano Dasti il 5 settembre. In evidenza il significato che per padre Gigi hanno assunto le parole missione, ossia scegliere e mettersi al fianco dei più poveri, coloro che sono senza medicine e senza cibo, e la parola evangelizzazione, rendere umana questa vita che di umano non ha nulla.

Operava in un villaggio fantasma

Era tornato da una settimana dall’Italia. Pierluigi Maccalli era da tempo ostaggio del popolo gourmanché di questa porzione del Niger. Il villaggio dove operava dal 2007, Bomoanga, non è menzionato dalla cartine geografiche della regione. ‘Case sparse’, così possono essere definiti i pochi cortili di case di terra che osservano la missione dove abitava fino a lunedì scorso, il 17 settembre fino alle 22 ora locale.

Legato ai contadini

Ostaggio della missione  che ha vissuto prima in Costa d’Avorio, in Italia per la ‘ri-animazione’ missionaria e poi nel Niger fino ad oggi. I contadini, invisibili ai più, di origine frontaliera, in parte aperti all’annuncio evangelico, sono i fattori che lo hanno legato a questa terra di sabbia. Lo diceva fin dall’inizio: “in questa missione bisogna ‘durare’, se si vogliono cogliere frutti un giorno”.

Sorpreso in camera sua

E’ stato colto in camera, aperta 24 ora al giorno, per accogliere visite, ammalati e bisognosi di aiuto. Non era strano che quella notte qualcuno bussasse alla sua porta e che lui aprisse senza alcuna remora malgrado le tensioni esistenti nella zona. Si sapeva che gruppi armati si erano installati e ammonivano la gente del posto, impreparata alle vicende legate al terrorismo.

Ostaggio dei terroristi?

Fatalismo, distrazione, abitudine alla sofferenza e altri fattori rendono i contadini diffidenti e ancora più chiusi del solito. C’erano da qualche tempo gruppi di autodifesa, nati per contrastare la criminalità locale, ma nessuno immagina che una cosa lontana come il jihadismo possa infiltrarsi tra loro. Pierluigi era appena tornato e sapeva vagamente quanto stava accadendo nella zona. Si sentiva come a casa sua.

Ennesimo episodio in quella zona

Se si confermasse il rapimento, si tratterebbe dell’ottavo ostaggio che il Sahel custodisce tra le sue sabbie mobili. L’ultimo in ordine di tempo è un operatore umanitario tedesco, rapito lo scorso aprile al confine col Mali, nella stessa grande zona dove operano i gruppi armati. Pierluigi si sentiva ostaggio della sua gente. Dei bambini ammalati che conduceva quindicinalmente in città e di quelli con problemi di cibo.

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