La vicenda di Ilaria Parimbelli non è solo un complesso caso di responsabilità medica; è il racconto di una guerriera di 28 anni di Dalmine la cui vita è stata spezzata da un’encefalite erpetica. È la cronaca della lotta instancabile dei suoi genitori, Sonia e Carlo, che per anni hanno cercato verità per una diagnosi mancata. Il 25 febbraio l’epilogo in aula: il Tribunale di Bergamo ha condannato a due anni di reclusione per omicidio colposo il medico del pronto soccorso, F.M.B..
Morte di Ilaria Parimbelli, condannato il medico
La decisione del giudice Donatella Nava ha superato la richiesta iniziale dell’accusa e ha stabilito provvisionali d’urgenza per il risarcimento dei danni: 200 mila euro ciascuno per i genitori, Sonia Paradiso e Carlo Parimbelli, oltre a 103.525 euro in conto danni patrimoniali. Al fratello Federico sono stati riconosciuti complessivamente 580 mila euro (tra danno non patrimoniale e perdita del rapporto parentale). Responsabile civile, in solido con il medico, è stata dichiarata la società Istituti bergamaschi ospedalieri.
Al termine della lettura del dispositivo, la madre Sonia si è lasciata andare a una commozione profonda e liberatoria: “Oggi è stata una valle di lacrime da parte di tutti noi, compresi l’avvocato e i presenti in aula; lacrime trattenute troppo in questi lunghi anni di sentenze dopo sentenze”.
In Ps con febbre e allucinazioni
La condanna mette un punto giudiziario a un calvario iniziato nel settembre 2019. Ilaria, allora 26enne, era arrivata al pronto soccorso di Zingonia con febbre alta a 39°C e allucinazioni visive e uditive. Nonostante i chiari segnali d’allarme, il medico la dimise poche ore dopo diagnosticando una semplice crisi d’ansia. In realtà, Ilaria era colpita da un’encefalite erpetica che, non curata tempestivamente con un comune antivirale, devastò il suo cervello. Dopo due anni in stato vegetativo, durante i quali ha lottato assistita dall’amore incrollabile dei familiari, Ilaria è morta il 1° agosto 2021 per le complicazioni della sua condizione.
In aula, la difesa ha cercato di scardinare il nesso causale, sostenendo l’inevitabilità dell’esito infausto a causa dell’aggressività della malattia. Il Tribunale ha invece accolto la tesi della Procura: “Il medico è venuto meno al dovere di non dimettere un paziente in assenza di una diagnosi chiara”.
Una verità che i genitori hanno urlato per anni e che oggi trova finalmente conferma in questa sentenza.