Conferita all’internato militare Francesco Legramandi la medaglia d’onore alla memoria. Fu uno dei migliaia di italiani che, dopo l’armistizio della Seconda Guerra Mondiale, vennero fatti prigionieri dai nazisti e finirono nei campi di lavoro.

Onorificenza alla memoria di Francesco Legramandi
A consegnare la medaglia ai familiari di Legramandi è stato il sindaco di Caravaggio Claudio Bolandrini, prima dell’inizio del Consiglio comunale di mercoledì 28 ottobre.
“In occasione della giornata dedicata agli internati militari italiani (che cade il 20 settembre ndr.), vogliamo ricordare qui in Consiglio comunale e tributare i dovuti onori al nostro concittadino, internato nello Stalag III C in una città dell’odierna Polonia, dall’8 settembre 1943 al primo aprile 1945 – ha esordito di fronte a una sala consiliare gremita come non mai per la presenza di parenti, alpini e carabinieri in congedo – Molti storici, riguardo la scelta fatta, parlano di rinascita della Patria, in contrapposizione a quello che la storiografia tradizionale chiamava la morte della Patria, inculcata nella coscienza degli italiani dal ventennio fascista. Nella storiografia recente si riconosce il gesto libero, consapevole ed eroico del nostro concittadino, prima forma di risveglio che si tramuta nella scelta di non impugnare le armi per una causa non giusta né giustificabile. Lo stesso sentimento dal quale nasce la Resistenza dei partigiani che prendono la via delle montagne per opporsi al dominio nazifascista. Un risveglio che porta al riscatto morale che ha consentito al nostro Paese di rompere con la dittatura e decidere, attraverso un travaglio politico, di scegliere la Repubblica, libera e democratica”.
Il sindaco: “Per riscoprire il sacrificio anche di altri internati abbiamo intrapreso un lavoro di ricerca”
“La scelta è costata cara a Legramandi e a molti altri caravaggini, per riscoprire il sacrificio dei quali abbiamo intrapreso un lavoro di ricerca storica che speriamo possa portare anche alla pubblicazione di un testo – ha sottolineato – Un modo per dare loro i giusti onori ed esprimere la giusta gratitudine: l’Italia nella quale noi oggi viviamo e che abbiamo il compito di custodire, rinasce grazie alla loro obiezione di coscienza, ma non in giacca e cravatta dietro una scrivania, bensì accettando la deportazione in un campo di lavoro dove gli internati erano forza lavoro da ridurre prima in schiavitù e poi da portare alla morte, per via delle privazioni a cui era sottoposta”.
La nipote: “Mia madre meritava di sapere chi fosse suo padre: un italiano eccezionale”
Il primo cittadino ha invitato la nipote di Legramandi, Angela Ameduri, a ricordare chi era il nonno materno.
“Essendo venuto a mancare troppo presto, in famiglia del nonno si è sempre parlato poco – ha spiegato – si sapeva che era stato in guerra e deportato, forse in Russia, e che si era ammalato durante la prigionia. Non mi è bastato, ero sicura che la sua storia fosse molto di più di queste quattro parole e così ho iniziato la mia ricerca”.
Poi, con la voce squillante di chi sente orgoglio e affetto, ne ha letto i contenuti, tratteggiando il ritratto di un uomo che venne strappato dalla sua vita per andare sotto le armi e che, seguendo la sua coscienza, rifiutò di aderire alla Repubblica di Salò e affrontò l’inferno del lager nazista.
“Dopo più di due anni dalla sua cattura, il nonno è potuto rientrare a casa – ha affermato – quella stessa casa che lui aveva protetto e difeso fino alla fine, rifiutandosi di rinnegarla persino per evitare la reclusione nel campo di lavoro”.
La nipote ha poi aperto il suo cuore.
“Quando non si conosce qualcosa del proprio passato sembra che manchi ‘un pezzo’, qualcosa di fondamentale per costruire la persona che sei e che vorresti diventare e penso a quanto mi piacerebbe averlo conosciuto… – ha rivelato – Tuttavia, sebbene i nonni siano figure fondamentali, lo sono ancora di più i genitori, e il cuore della mia voglia di verità è la mia mamma: ho fatto tutto questo per lei, perché merita di sapere chi fosse suo padre, cosa abbia fatto per noi, non solo come famiglia ma come italiano. Questa ricerca ci ha dato la conferma che era molto più di una brava persona, era una persona e un italiano eccezionale”.
In sala è nato spontaneo un applauso scrosciante, quindi il sindaco ha conferito con orgoglio la medaglia d’onore a Legramandi consegnandola nelle mani di figlia e nipote.
“Vorrei ringraziare tutte le associazioni che hanno partecipato stasera – ha detto la madre – tutte le persone che hanno contribuito insieme a mia figlia a portarci a ricevere questa onorificenza”.
Chi era
Francesco Legramandi nacque in città il 4 agosto 1914, figlio di Battista Legramandi e Rosa Maria Merisio, quarto di sei figli e intraprese il mestiere di muratore. Quando raggiunse l’età della leva, l’Italia era sotto il regime fascista e il servizio militare obbligatorio: venne iscritto presso il Distretto militare di Bergamo, con matricola n. 34905, radiotelegrafista del Genio. Nel 1937 ottenne il congedo illimitato, tuttavia un soldato poteva essere richiamato successivamente. Tornò alla vita civile con una formazione militare tecnica, probabilmente riprendendo il lavoro e costruendo la propria vita a Caravaggio.
Il 10 giugno 1940 però l’Italia entrò nella Seconda guerra mondiale e fu richiamato, probabilmente sempre nel reparto Genio. Nell’estate del 1943 la situazione precipitò e il regime fascista cadde il 25 luglio e l’armistizio fu firmato a Cassibile il 3 settembre ma annunciato l’8 settembre. Le truppe tedesche avviarono il disarmo dei reparti italiani, occuparono territori e catturarono centinaia di migliaia di militari, tra cui Legramandi a San Candido proprio l’8 settembre perché non volle aderire alle loro richieste. Venne quindi deportato in Germania dove fu internato nello Stalag III C, il campo per prigionieri di guerra situato ad Alt Drewitz, oggi Drzewice, che appartiene alla città polacca di Kostrzyn nad Odrą. A Francesco Legramandi fu assegnato il numero 32157, come risulta dalla sua piastrina. L’8 marzo 1944, dopo 182 giorni di prigionia, fu probabilmente ricoverato in un ospedale della zona. Della vita nel campo egli conservò il buono da 1 marco, che veniva assegnato ai prigionieri per le loro spese.
Fu liberato dall’Armata Rossa il 31 gennaio 1945 e affidato provvisoriamente alla Croce Rossa della Polonia, anche se mancano notizie su come e quando esattamente ciò avvenne. Nella scheda conservata tra i documenti relativi alla sua prigionia: la data 13 ottobre 1945 è accompagnata da un’annotazione che sembra indicare il rimpatrio.

