Ha lasciato la terapia intensiva e si trova ora ricoverata in reparto all’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo Chiara Mocchi, l’insegante di 57 anni che mercoledì 25 marzo 2026 è stata accoltellata da un suo alunno appena 13enne nel corridoio della scuola media “Leonardo Da Vinci” di Trescore Balneario. Le sue condizioni sono in netto miglioramento e dal suo letto d’ospedale ha voluto rivolgere le prime parole alle tante persone che le sono state vicine e soprattutto ai “suoi amati alunni”.
L’aggressione col coltello ripresa in diretta
E’ successo tutto in pochi attimi ripresi dal telefono che il 13enne aveva impostato per mostrare in live su Telegram quello che avrebbe fatto di lì a poco. Indosso aveva una maglietta con scritto “Vendetta” e un’uniforme militare, nello zainetto un coltellaccio e una pistola scacciacani con il tappo rosso. L’obiettivo del ragazzino era la professoressa di francese, Chiara Mocchi. La sorprende di spalle nel corridoio della scuola, poco prima che suoni la campanella: una prima coltellata al collo, poi un secondo fendente all’addome. Mentre a scuola scatta il panico, lui cerca di allontanarsi.
I compagni, che hanno assistito alla scena, corrono nelle aule e chiudono le porte, barricandole con i banchi: hanno paura di diventare il prossimo bersaglio. Lui viene fermato da un’altra insegnante, che lo fa cadere e lo immobilizza con l’aiuto di due collaboratori scolastici, fino all’arrivo dei carabinieri. La 57enne soccorsa in eliambulanza è gravissima: sarà poi una trasfusione si sangue eseguita durante il trasporto a salvarle la vita.
Il suo manifesto su un gruppo Telegram
Nessuno, tra chi lo conosce, si sarebbe mai aspettato una gesto simile. Eppure lui aveva pianificato tutto e lo aveva reso pubblico con un suo manifesto in un gruppo Telegram sul quale si stanno concentrando ora anche le indagini delle Forze dell’ordine. Al centro l’astio per la professoressa cresciuto negli ultimi tempi a causa di due episodi che lui stesso racconta: un voto basso, che riteneva ingiusto, e una lite con un compagno di classe, durante il quale la docente avrebbe preso le difese dell’altro studente.
Portato in presidenza mentre nella scuola scattava l’allarme generale, il tredicenne sarebbe scoppiato a piangere. E poi ha spiegato alle forze dell’ordine di avere altro materiale a casa, potenzialmente esplosivo. Intorno alle 13, i carabinieri e gli artificieri hanno effettuato una perquisizione nell’appartamento dove il ragazzino vive. Il riserbo è massimo: dall’abitazione, i militari sarebbero usciti con due trolley e uno scatolone.
All’interno nessun ordigno già assemblato, ma sostanze e componenti (facilmente reperibili online) che potrebbero essere utilizzati per fabbricarne uno rudimentale. Il materiale è stato sottoposto ad analisi per verificarne la reale pericolosità, mentre a scuola – per precauzione – gli artificieri hanno effettuato una bonifica a tappeto con i cani antiesplosivo, senza trovare fortunatamente nulla.
“Ai miei alunni, non arrendetevi, preparatevi al futuro con coraggio”
Oggi, però, non c’è rancore nelle parole della professoressa che ha affidato un messaggio carico di positività all’avvocato Angelo Lino Murtas, ex comandante del Commissariato di Polizia di Treviglio.
“A tutti voi, adorati alunni, colleghi, genitori, soccorritori, personale sanitario, autorità, forze dell’ordine, familiari, giornalisti, e persone che mi avete circondato da subito di affetto e solidarietà. Sto dettando queste poche righe con la voce ancora flebile, al mio legale, ma con il cuore colmo di gratitudine.
Non avrei mai pensato che un giorno avrei dovuto raccontare un dolore così grande, né che avrei attraversato una prova così profonda. Eppure eccomi qui, ancora viva. E questo lo devo a molti di voi. In un attimo, un gesto improvviso e incomprensibile ha spezzato la quotidianità della scuola, trasformando una mattina come tante in un incubo. Quelle coltellate sul mio collo e sul mio torace avrebbero potuto fermare il mio cammino per sempre. So che addirittura la scena è stata ripresa via cellulare, è stata drammatica quanto irreale. Io stessa fatico a ricordarla senza tremare.
Ma subito, attorno a me, si è mosso un mondo di coraggio e di umanità.
Ai colleghi che sono intervenuti senza alcuna esitazione, rischiando personalmente per mettermi in salvo: il vostro sangue freddo e la vostra forza hanno creato una barriera tra me e la morte. Agli studenti che hanno gridato aiuto, che hanno pianto, che si sono spaventati e hanno visto qualcosa che nessuno dovrebbe vedere a tredici anni: sappiate che non porto rabbia né paura nel cuore, ma solo desiderio di rivedervi crescere sereni e protetti.
Al personale dell’elisoccorso, che ha bloccato un’emorragia devastante, che ha lottato contro il tempo, che mi ha restituito un battito stabile con un a lunga trasfusione, mentre la linfa della vita usciva dalle mie ferite: non dimenticherò mai le vostre mani ferme e la vostra calma. Ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari che mi hanno accolto, curato e operato con una delicatezza che va oltre il dovere: siete stati famiglia. Alle forze dell’ordine e alle autorità, presenti subito, attente, rispettose, che hanno messo ordine nel caos e garantito sicurezza a tutti. A mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza. All’avvocato Angelo Lino Murtas, che mi sta accompagnando con sensibilità e competenza in un percorso che non avrei mai immaginato di dover affrontare.
Ai genitori, che mi scrivono, che mi abbracciano anche se solo da lontano, che hanno raccontato ai propri figli il valore dell’empatia e della vita.
A chiunque mi sta mandando messaggi, preghiere, pensieri, anche senza conoscermi: li ho sentiti arrivare tutti, uno per uno, come fili che mi hanno ricucito l’anima. Oggi sono ancora debole, la voce è un soffio, il corpo ha ferite profonde ancora fresche. Ma il mio spirito è vivo. E questa vita è un dono che non sprecherò.
So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento. Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio. Ai miei amati alunni, non fermatevi, non arrendetevi, studiate e preparatevi per il vostro futuro senza nessuna paura, ma solo e unicamente con coraggio.
Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica, come magari quello che mi ha colpito che forse nel profondo non saprà neanche perché. Come non lo sapranno i suoi genitori.
Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò. Tornerò in classe, tra i banchi, dove ho sempre sentito di appartenere. Tornerò a insegnare, a credere nei giovani, ad accompagnarli nei loro passi difficili. Perché nonostante tutto, insegnare resta il mio sogno, la mia vocazione, la mia gioia più grande.
A tutti voi, dal profondo del cuore: grazie. Grazie per avermi salvata, sorretta, pensata, custodita. Grazie per darmi la forza di guardare avanti, non indietro, e soprattutto il sogno di potercela fare ancora.
Con commossa gratitudine”.