Una scena al mercato che fa riflettere
“Al mercato ho visto questa scena, una donna che cercava tra gli scarti della verdura di un bancone. Per un attimo mi è sembrato di vedere quelle immagini che passano in televisione quando parlano della povertà nelle grandi città”. Solo che non siamo in una metropoli. Siamo a Rivolta d’Adda, poco più di ottomila abitanti, un paese ordinato della pianura cremasca dove la vita scorre lontana dalle emergenze sociali delle sembra grandi città. Eppure quella scena, raccontata da una testimone, apre uno squarcio su una realtà che esiste anche qui: la povertà nei piccoli centri. E al mercato settimanale gli ambulanti confermano che non si tratta di un episodio isolato.
“Sono situazioni quasi di routine – raccontano – purtroppo non ce ne sono pochi. Molti ci chiedono qualche avanzo alla fine della mattinata, altri rovistano tra i sacchetti e gli scarti della giornata». Un gesto che colpisce chi passa per caso, ma che per chi lavora dietro ai banchi è diventato familiare. «Noi diamo sempre qualcosa – spiegano – chi un pezzo di focaccia, chi qualche vestito, chi frutta o verdura. Anche altri ambulanti fanno lo stesso. Sono molto più frequenti di quanto si pensi”.
La povertà, insomma, non è più soltanto un problema delle grandi città. Si insinua anche nei paesi dove tutti pensano di conoscere tutti.
I numeri nascosti della povertà
A confermarlo sono i dati della Caritas locale. Barbara Bonazzoli , operatrice attiva dal 2014 nella “Caritas” di Rivolta (nella Zona 1 della diocesi di Cremona), racconta una realtà meno visibile ma molto concreta. «Il servizio che svolgiamo a Rivolta è di raccolta e distribuzione: consegniamo alimenti e vestiti alle famiglie che ne hanno bisogno». E i numeri sorprendono chi pensa che la difficoltà economica sia marginale. “Abbiamo 57 famiglie assistite, per un totale di circa 210 persone. Metà sono italiane e metà straniere”. Per un paese di circa 8.100 abitanti non è una cifra trascurabile. Proprio per questo la Caritas ha scelto di concentrare il servizio soprattutto sui residenti del paese.
“Abbiamo deciso di aiutare principalmente le famiglie di Rivolta – spiega Bonazzoli – anche se in qualche caso diamo una mano ai paesi vicini come Trucazzano. Ma la solidarietà funziona di più quando le persone sanno che l’aiuto resta nel proprio territorio». Una scelta che nasce anche da una questione di fiducia. «Molti rivoltani ci dicono: do dieci euro per una persona che abita qui perché così che arrivano davvero a destinazione, rispetto a un e terzo qualunque. Questo crea un legame diretto tra chi dona e chi riceve”.
Certo, raccogliere risorse non è semplice.
Cibo e donazioni: la solidarietà del paese
Negli ultimi anni la Caritas ha infatti dovuto organizzarsi meglio per rispondere alle numerose richieste.
“Da settembre siamo iscritti al Banco Alimentare – racconta Bonazzoli – perché quello che riceviamo non basta mai. Con il Banco e con le offerte riusciamo a comprare il necessario per il mese successivo”.
Anche il modo di donare è cambiato. “Negli ultimi anni i rivoltani donano più spesso soldi che cibo. È una tendenza nata dopo la pandemia, quando portare alimenti era più difficile”. E nonostante le richieste siano sempre più numerose, la risposta della comunità rivoltana resta forte. “Facciamo una raccolta alimentare il primo sabato del mese in piazza della chiesa. Le famiglie che partecipano sono sempre più o meno le stesse, ma sono numerose e ci permettono di andare avanti. Proprio lo scorso fine settimana la raccolta ha portato circa 500 euro: fondi importanti per creare pacchi alimentari «su misura”. L’aiuto alle famiglie arriva infatti sotto forma di un pacco mensile con beni di prima necessità: pasta, riso, latte, scatolame, olio. “Prepariamo i pacchi in base al numero di persone della famiglia – spiega Bonazzoli – e cerchiamo di rispettare anche le esigenze alimentari. Se qualcuno è celiaco diamo riso invece della pasta, e se alcune famiglie non mangiano determinati alimenti cerchiamo alternative”.
Italiani e stranieri: due povertà diverse
Uno dei luoghi comuni più diffusi riguarda la nazionalità di chi chiede aiuto. “Molti pensano che siano quasi tutti extracomunitari – dice Bonazzoli – ma non è così. La metà delle famiglie è italiana”. E tra i due gruppi emergono differenze importanti. “Le famiglie straniere spesso riescono a rimettersi in piedi: trovano lavoro, si integrano e dopo qualche anno non hanno più bisogno del nostro aiuto”. Diverso il caso delle famiglie italiane, formate per la maggior parte da anziani. “Molti sono pensionati. La pensione basta per pagare l’affitto, ma non per il resto. E in questi casi purtroppo l’aiuto dura molto più a lungo”. E se oggi la situazione sembra relativamente stabile anche se le richieste continuano a crescere, il picco di aiuti è arrivato negli anni più difficili. “Il vero boom lo abbiamo avuto con il Covid – racconta Bonazzoli – In quel periodo aiutavamo circa 75 famiglie perché molte persone avevano perso il lavoro e mancava una vera rete sociale, cosa che invece consente ora a molte famiglie di “cavarsela” grazie all’aiuto di parenti o amici”. Un altro momento critico è arrivato con la guerra in Ucraina. “A Rivolta ci sono dieci famiglie ucraine, spesso con molti figli. Anche loro hanno avuto bisogno di un sostegno iniziale”. Negli ultimi due anni invece la situazione si è stabilizzata tra 55 e 60 famiglie.