di Sharon Vassallo
Nuova settimana, nuova intervista. Il Giornale di Treviglio, Romanoweek e Cremascoweek tornano in campo per una partita importante: dare lustro al calcio locale, alle società che lo promuovono e alla passione di chi lo gioca. E anche voi, cari lettori, ora potrete giocare e votare per eleggere il vostro e nostro “Pallone d’Oro”. Scopri qui come partecipare e sostenere il tuo campione, ma intanto iniziano a conoscere più da vicino i nostri iscritti.
Giorgio, fino alla Dea e ora l’esordio col Cologno
Dalla passione nata da bambino fino ai campi della Promozione: oggi conosciamo Giorgio Coati, centrocampista classe 2002 del Cologno.
Come nasce la tua passione per il calcio?
La mia passione per il calcio nasce fin da piccolo. Ho sempre giocato a calcio: ho provato anche altri sport, come il basket, ma non è andata benissimo e quindi sono tornato subito al calcio.
Qual è stato il tuo percorso calcistico?
Ho iniziato nell’oratorio, all’Iris di Caravaggio. Poi sono passato al Caravaggio, dove sono rimasto qualche anno, e successivamente ho fatto tre anni all’Atalanta. Dopo quell’esperienza sono andato alla Trevigliese, dove ho esordito in prima squadra. Poi ho giocato alla Luisiana, l’anno scorso allo Zingonia Verdellino con cui ho vinto il campionato di Promozione, e quest’anno sono a Cologno.
C’è un momento che ricordi con particolare emozione?
Sicuramente quando mi hanno chiamato per andare all’Atalanta. È stato il momento più emozionante: ti senti di avere un’occasione importante, che non capita a tutti, e vuoi sfruttarla al massimo.
Che esperienza è stata per te?
Molto emozionante. All’inizio c’è tanta euforia, poi cerchi di goderti tutto perché non sai come andrà. È stata comunque un’esperienza che mi ha lasciato bei ricordi.
Cosa ti ha lasciato a livello personale?
Sicuramente emozioni forti e ricordi positivi. Mi sono sempre trovato bene ed è qualcosa che porto ancora con me.
Fuori dal campo, come ti descriveresti?
Sono un ragazzo tranquillo. Lavoro come disegnatore meccanico da quattro anni. Ho provato a studiare, ma poi ho scelto di lavorare.
Come riesci a conciliare lavoro, calcio e vita privata?
Non è facile, perché ho giornate molto piene. Esco di casa alle 8 del mattino e torno verso le 22, soprattutto nei giorni di allenamento. Finisco di lavorare, passo a casa, prendo la borsa e vado direttamente al campo. Però lo faccio volentieri, perché è la mia passione.
Quando il calcio è diventato qualcosa di più di un semplice gioco?
Quando inizi a giocare in prima squadra. Anche senza guadagni, dai il massimo perché ti piace davvero giocare: lì capisci che è diventata una vera passione.
Centrocampista: è stata una tua scelta?
In realtà è stato mio nonno a dirmi quando ero piccolo che avevo i piedi da centrocampista. Da lì ho sempre giocato in quel ruolo e sono rimasto lì fino ad oggi.
C’è un giocatore a cui ti ispiri?
Non guardo molto il calcio, preferisco giocarlo. Però se devo dire un nome, direi Cristiano Ronaldo, soprattutto per l’impegno e la dedizione negli allenamenti: in questo mi rivedo molto.
Chi è stato importante nel tuo percorso?
Sicuramente mio papà. È sempre venuto a vedermi, da quando ero piccolo fino ad oggi, anche quando gioco lontano. È il mio primo tifoso.
Un sogno nel cassetto?
Nel calcio voglio continuare a giocare il più possibile e magari salire di categoria. Nella vita privata, invece, mi piacerebbe costruire una famiglia e riuscire a conciliare tutto senza dover rinunciare al calcio.
E se il calcio non fosse mai entrato nella tua vita?
Non me lo sono mai chiesto, perché il calcio c’è sempre stato.
Cosa diresti a un bambino che vuole iniziare a giocare?
Di iniziare subito, all’oratorio o in una squadra. È uno sport bellissimo e vale la pena provarlo il prima possibile.
Perché dovrebbero votarti come «Pallone d’Oro»?
Per la continuità: quest’anno ho giocato tutte le partite, quindi direi per quello.