Cronaca

La comunità piange Cèco, volontario dal cuore (e dalle mani) d’oro morto a Natale

Poco prima del pranzo si è sentito male. Il paese lo ricorda per i suoi innumerevoli interventi per la conservazione delle strutture soprattutto religiose

La comunità piange Cèco, volontario dal cuore (e dalle mani) d’oro morto a Natale

Una morte improvvisa, sopraggiunta proprio il giorno di Natale, mentre attendeva di sedersi a tavola per festeggiare con la famiglia. Pontirolo Nuovo piange Francesco Rota, per tutti Cèco, volontario factotum che si è spento a 92 anni.

Una morte improvvisa il giorno di Natale

Nella villetta di via Carducci ci si stava preparando per il pranzo natalizio, ospiti di Cèco e della moglie Mariuccia Ferrandi c’erano una delle due figlie, Paola, e i nipoti Amos e Michele. Nulla lasciava presagire che di lì a poco la festa si sarebbe tramutata in tragedia.

“In tv stavano trasmettendo la messa e Cèco e Mariuccia si erano dati il segno della pace, poi lui si era seduto in poltrona e si era raccomandato che per l’occasione in tavola fosse messa una tovaglia bianca, degna della festa – hanno raccontato l’altra figlia Ivana e il genero Damiano Brembati – Poco dopo ha detto che si sentiva male, ha reclinato il capo ed è mancato. Le grida hanno richiamato l’attenzione della piccola bisnipote Gloria, che abita con la famiglia al piano superiore della stessa casa, la quale ha avvertito il papà Luca, nostro figlio, rientrato in quel momento”.

Il nipote è accorso subito.

“Sia lui che Michele hanno praticato il massaggio cardiaco in contatto con il 118, in attesa dell’ambulanza – hanno continuato – ma non c’è stato nulla da fare, era già morto. Si presume un arresto cardiaco”.

La notizia ha fatto presto il giro del paese e sono stati tantissimi i pontirolesi, e non solo, che in questi giorni sono passati a rendere omaggio al 92enne.

“Mio padre era molto conosciuto – ha spiegato ancora la figlia – Da bambino, non avendo molto feeling con la scuola, aveva cominciato prestissimo a lavorare come posatore marmista a Milano. Diverse le trasferte in tutt’Italia, quando andava di moda piastrellare i palazzi esternamente. Ha fatto una grande esperienza divenendo anche un piastrellista, muratore, idraulico ed elettricista. Al punto che, dopo il matrimonio, lui e mia madre hanno costruito in toto la loro casa, dalle mura agli impianti. Ha persino impostato il disegno, per allora avveniristico rispetto a quello che si realizzava in paese, grazie a quello che aveva potuto vedere a Milano. Poi, dopo la mia nascita, da artigiano ha preferito diventare operaio alla “Ics” di Canonica, dove si producevano batterie. Facendo i turni però aveva tempo per occuparsi di lavoretti, manutenzioni e riparazioni in tutto Pontirolo e fuori, credo che tutte le scale del paese e quelle del circondario, o quasi, le abbia realizzate lui. E così anche il loculo che lo ha ospitato…”.

Un volontario factotum

Dopo la pensione Cèco non è mai rimasto con le mani in mano. Si è dedicato anima e corpo al suo paese, alla sua comunità. Non si contano gli interventi soprattutto a salvaguardia delle strutture religiose.

“Negli anni ’80 l’allora parroco don Ernesto Beretta decise di ristrutturare la chiesa e lui con una squadra di volontari, insieme a una ditta incaricata dei lavori, aveva collaborato al rifacimento della pavimentazione, della scalinata esterna ed era intervenuto sulla cupola, a 30 metri d’altezza – ha spiegato il genero – All’epoca era possibile, non c’erano le normative odierne. Aveva lavorato anche alla sistemazione della chiesetta di San Giuseppe e si occupava delle manutenzioni dell’oratorio e della scuola materna. Tantissimi ex ragazzi sono venuti a portare il loro cordoglio… Per qualsiasi cosa era a disposizione delle suore e dei sacerdoti che si sono avvicendati in paese. Ha prestato la sua opera di volontario per decenni. Ultimamente non si sentiva molto bene, ma nessuno si aspettava che ci lasciasse così all’improvviso”.

Cèco
Francesco Rota al centro con alcuni dei volontari durante un intervento alla scuola materna

Ai funerali il ricordo del “capomastro”

Le esequie sono state celebrate sabato 27 dicembre, nel pomeriggio, da don Alessandro Gianattasio.

“Se restiamo in silenzio potremo sentire il grazie delle mura della chiesa – ha detto – Mi hanno raccontato che ha realizzato diversi lavori, arrivando persino fino in cima alla cupola. Perché ci teneva alla sua chiesa e all’oratorio, tutti lo ricordano come il braccio operativo del parroco dell’epoca. Sempre ‘sul pezzo’. Ci lascia lo sguardo di un uomo che ha vissuto la sua fede avendo cura delle strutture. Ringraziamo il Signore di averci dato questa grande testimonianza di uomo concreto: forse di poche parole ma sicuramente di tanti fatti”.

La famiglia ha partecipato attivamente alla celebrazione: sull’altare la piccola Gloria ha fatto da chierichetta, una delle letture è invece stata appannaggio dell’altra bisnipote Chiara mentre l’omelia è stata pronunciata dal diacono Ireneo Mascheroni, nonno materno di Gloria.

“Una scomparsa improvvisa, fulminante, che nessuno si aspettava – ha detto tra le altre cose – Una scomparsa scioccante, che lascia un grande vuoto. Misteriosa, nel giorno del Natale del Signore. Mi raccontava Mariuccia che stavano assistendo insieme alla messa, si erano appena scambiati il segno della pace…  Pensando al nostro Cèco, non ho potuto fare a meno di ritornare alla parabola dei talenti. Nei Vangeli una parabola che sorprende, soprattutto coloro che pensano che essere cristiani sia una forma di spiritualismo disincarnato dalle cose concrete, lontano dalla vita reale. Non è così. L’amore di Cristo ci possiede per agire, per mettere in pratica ciò che abbiamo ascoltato”.

Poi ha ricordato il carattere schietto del 92enne.

“Cèco era un uomo forte e autorevole – ha continuato il diacono – Burbero a volte, ma sempre per fare le cose meglio. Un vero capomastro. Un uomo che sapeva costruire, edificare. Chi ha qualche anno in più tra noi, certamente ricorda la squadra di muratori intenti a rendere più sicuro, pulito e funzionale il nostro oratorio, più bella la nostra chiesa. Sotto l’occhio vigile di don Ernesto Beretta prima e di don Enrico Marelli dopo, Cèco era alla guida di questo gruppo di generosi volontari, di cui forse lui era l’ultimo rimasto. Un uomo generoso e affidabile. In famiglia, come in comunità. Al nostro fratello Dio ha affidato molti talenti: mani esperte, una mente lucida e aperta a risolvere i problemi concreti, la capacità di guidare gli altri, di vedere una casa finita quando ancora non c’erano le fondamenta. E poi, essere capomastro, significa prendersi cura di un’opera che non è solo propria, ma di molti: muratori, famiglie, società. Significa vigilare, correggere, incoraggiare, decidere. Cèco non ha avuto paura di spendersi, di consumarsi nel lavoro, per la famiglia, di assumere il peso delle scelte. Ha creduto che ciò che gli era stato dato andasse usato, non nascosto. Al cordoglio si uniscono il nostro parroco, don Andrea Bellò, don Ernesto e don Enrico, che assicurano un ricordo nella preghiera”.

Il feretro è stato tumulato nel cimitero cittadino.