Editoriale

Il mio "Galilei", che resiste alla violenza di quelle scritte

Una riflessione dopo il raid che la scorsa settimana ha colpito Spirano, Urgnano e Caravaggio e i luoghi cari alla 17enne Camilla Ceresoli

Il mio "Galilei", che resiste alla violenza di quelle scritte
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Il «Galilei» è il mio liceo. Uso l’indicativo presente, anche se sono passati 17 anni dalla Maturità, perché il mio debito con quella scuola e con quegli insegnanti vive ancora oggi, e ho l’impressione che formi il mio sguardo sul mondo più spesso di quanto me ne renda conto. Vale per me come per tanti: compagni di allora, amici e colleghi di oggi. Un pezzo di questo sguardo è la fiducia nella scienza e nel suo metodo, un pensiero ostinatamente allergico ai dogmi e per natura capace di autocorreggere sé stesso e i propri risultati. Un metodo mite, che porta ad avere più domande che risposte sulla vita e sugli altri. A rispettare in silenzio l’insondabile profondità dell’Altro, ignari come siamo dei suoi drammi, delle sue miserie, delle sue poche certezze. In breve: ad esercitare il dubbio.

Ecco quindi perché quelle scritte rosse a spray sui mattoni del mio liceo, venerdì, mi sono sembrate così inquietanti. Non tanto perché difendono tesi dimostrabilmente false e forse anche un tantino pericolose. Non tanto - anche se è piuttosto preoccupante - perché sono espressione di un movimento evidentemente ben organizzato, duraturo, e capace di colpire in tre luoghi diversi in poche ore, disponendo di mezzi e «personale» non banali. Sono inquietanti, quelle scritte, soprattutto per la loro violenza. Per la perentorietà militaresca con cui chi le ha tracciate ha deciso di colpire i luoghi frequentati da una ragazza di 17 anni che non c’è più. Utilizzando come un’arma - senza pietà - un dolore che chiederebbe soltanto silenzio.

Tra le mille reazioni pubbliche ai fatti di Spirano, Urgnano e Caravaggio, le parole più esatte e significative sono quindi quelle degli studenti della 4A del «Galilei». Fa ben sperare che a scriverle siano stati delle ragazze e dei ragazzi: giovani che in barba ai troppi cliché sulla loro generazione non hanno perso la lucidità necessaria a ribellarsi ad una strumentalizzazione tanto meschina. «Il sonno della ragione genera mostri» scriveva Goya. Se una scuola è ancora capace di formare ragazzi capaci di esercitare il dubbio (ma quello vero, che muove il pensiero, fa progredire la scienza e spaventa i no-vax) allora non tutto è perduto. Con buona pace dei Guerrieri e delle loro «verità private» scritte in rosso sul muro.

Davide D’Adda

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