Intervista a Giacomo Poretti

Dai piccoli teatri dimenticati degli oratori la scintilla per una “economia civile”

"Cominciamo da una parola: riqualificazione. E' bellissima". La nuova avventura di Giacomo di "Aldo Giovanni e Giacomo", che riparte da un'Apecar.

Dai piccoli teatri dimenticati degli oratori la scintilla per una “economia civile”
Gera d'Adda, 06 Settembre 2020 ore 12:13

«Milan col coeur in man». Usa parole al miele per la sua città e il territorio che la circonda l’attore Giacomo Poretti nel ripercorrere le diapositive della sua attività al fianco della Fondazione di Comunità Milano e di Fondazione Cariplo in generale. Dalla necessità di innescare un’economia civile al cuore generoso di milanesi e lombardi.
Dalla sfida del teatro, con lui che infatti gestisce il Teatro Oscar di Milano, esempio di riqualificazione del territorio, all’esperienza di Fondazione, che lo ha arricchito come persona e interprete dei bisogni delle persone: Poretti interviene a ruota libera per descrivere il momento nevralgico che sta vivendo il sociale.

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 Fare un’anima e dare l’anima. Il primo è il titolo di un suo spettacolo del 2018. Il secondo, invece, è un modo di dire per indicare chi si spende per una causa ben precisa. Quanto sono simili come concetti?

«Molto. Lo spettacolo di due anni fa partiva da un’indagine tragicomica su una parola che rischia di scomparire: l’anima. L’anima è quell’essenza che ci contraddistingue come esseri umani e dovrebbe indicarci la via, il percorso da seguire. Un concetto difficilissimo da incasellare. Ma una cosa è certa: essa va proiettata al prossimo. E’ fondamentale, per scoprirla, mettersi in relazione agli altri, darsi da fare e creare legami. Una persona come me è stata fortunata, per esempio. Una fortuna che, in qualche modo, devo rimettere in circolo».

Mission della Fondazione di Comunità Milano è non lasciare sole le persone. Aiutarle diventa poi sinonimo di un circolo virtuoso, una sorta di economia civile. E’ così?

«Esatto. Bisogna utilizzare tutte quelle ricchezze che vengono messe sul piatto, trovare le giuste formule, quindi suscitarne anche di nuove. Creare un’economia civile basata sul sociale si può fare. Anche attraverso il teatro. Sembrerebbe astruso parlare di economia in relazione al teatro. Ma si può . . . » .

C’è un progetto mirato per cui intende battersi?

«Cominciamo da una parola: riqualificazione. E’ bellissima. In relazione a questo termine, in particolare, mi vengono in mente tutta una serie di teatri parrocchiali, creati negli anni Cinquanta, inseriti in contesti come oratori, che all’epoca avevano un significato. Un significato che ora si è un po’ perso, poiché è cambiata la modalità di fruizione degli spettacoli. Abbiamo quindi sul territorio gioiellini. Su alcuni di questi spesso è intervenuta Fondazione Cariplo per riqualificarli, ora la Fondazione di Comunità ne sostiene le attività. E questa, a mio avviso, diventa la rotta da seguire, specie in questo delicato momento per il mondo dello spettacolo. In pratica, sale ristrutturate possono riproporre film e ospitare un teatro dal vivo fatto, magari, senza l’intento del professionismo. Si tratta di una delle più belle attività che possano esistere »

 Che legami ha con altri territori lombardi?

«La Lombardia, oltre essere la regione in cui sono nato e vivo, mi ha permesso di fare tante cose nel suo territorio: dal festival del Sacro Monte a Varese, al Santuario della Cornabusa ( una grotta naturale scoperta 500 anni fa ed ora sede di liturgie e spettacoli teatrali sul sacro) al festival Desidera che si svolge da 18 nelle valli bergamasche, ed altre innumerevoli iniziative».

Un Covid che non ferma affatto la sua voglia di fare teatro. Ora è alle prese con la recitazione in ape-car…

«Abbiamo incontrato molta collaborazione dai proprietari delle mura. Adesso, per non morire, visto che l’estate consente qualche spettacolo, usiamo il teatro mobile andando in giro per la città. Un attore per volta e così siamo riusciti, nonostante la burocrazia, a creare cinque luoghi a Milano dove proporre 22 spettacoli, in gran parte gratuiti. Bisogna saper dare alla città. E’ un investimento » .

Come è nata la sua passione per la scrittura?

«La scrittura è sempre stata la mia passione assieme al calcio: non potendo giocare in serie A ( per via dell’altezza) il Padreterno mi ha incoraggiato ad impugnare una penna, prima, ed ora il computer».

Leggi l’intervista completa sul Giornale di Treviglio in edicola, oppure QUI sullo sfogliabile ONLINE

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