Cronaca

Addio all’ultimo reduce Alessandro Raffaini, in un diario le atrocità della prigionia in un lager

Si è spento a 101 anni. La famiglia ha fatto stampare il suo prezioso manoscritto

Addio all’ultimo reduce Alessandro Raffaini, in un diario le atrocità della prigionia in un lager

Era nato a Santa Lucia e si è spento nella notte di Natale l’ultimo reduce della Seconda Guerra Mondiale nato a Cologno al Serio, Alessandro Raffaini, 101 anni. Ma la memoria della sua terribile esperienza di prigioniero in un campo di concentramento in Germania resta nelle intense pagine manoscritte di un diario che la famiglia ha fatto stampare in proprio, poche copie solo per i parenti più stretti. Un prezioso scrigno di ricordi da conservare gelosamente.

Addio al reduce ultracentenario

Una fibra eccezionale quella di Raffaini, che ha superato il secolo di vita nonostante avesse subito diversi interventi chirurgici e vissuto due anni in un lager nazista. Una vita dedicata al lavoro, alla famiglia e al volontariato la sua, autonomo e lucido fino agli ultimi mesi, finché si è indebolito a seguito di malanni spegnendosi nella sua casa di via Vittorio Veneto, tra l’affetto dei suoi cari.

“Era nato in paese, in una famiglia che gestiva un’osteria da dove passava la vita della comunità, dalla serata di divertimento ai matrimoni – hanno raccontato il figlio Angelo e la moglie Marialuisa – da piccolo aiutava i genitori. Poi purtroppo l’attività è fallita perché, data la miseria di allora, nessuno pagava più. Un locale particolare, con un cristallo sul pavimento da cui si poteva vedere la cantina sottostante. A cucinare per tutti era la mamma Savina, ottima cuoca, che ebbe un primo marito, Angelo, poi mancato su una nave di ritorno dall’Argentina dove si era recato per lavoro, e quattro figli, anche loro tutti deceduti tranne una, Valentina“.

Raffaini era figlio delle seconde nozze della mamma con il fratello del primo marito, Giuseppe, da cui sono nati altri sette figli, di cui ne sopravvissero quattro.

“Nella vita papà ha lavorato come operaio a Milano in una fabbrica del settore elettromeccanico – ha continuato Angelo – si è sposato con mia madre Giuseppina e ha avuto cinque figli, di cui tre sacerdoti. Adorava la musica lirica e la fotografia, abbiamo dischi, foto e diapositive a iosa. Purtroppo è rimasto vedovo presto, nel 1986: mia madre aveva 58 anni quando venne stroncata da un aneurisma cerebrale. Ha sempre vissuto con l’unica figlia, mia sorella Maria Mercede. Papà non era un uomo espansivo ma è stato un nonno fantastico per i miei tre figli, andava sempre a prenderli all’asilo e li faceva giocare. Si è dedicato anche al volontariato: era un donatore Avis, è stato segretario dell’”Associazione combattenti e reduci” locale e faceva parte del sindacato pensionati Cisl”.

Il diario di prigionia

Ma è stata la prigionia ad aver segnato in modo indelebile la sua esistenza.

“Era arrivato a pesare 33 Kg – ha raccontato ancora il figlio – lavorava per produrre armi. Venne però aiutato da una famiglia del posto, per cui non aveva serbato rancore verso i tedeschi. Era molto amareggiato quando è scoppiata la guerra in Ucraina…”.

Un’esperienza, quella del lager, di cui Raffaini non parlava molto ma ha voluto lasciarne traccia tangibile, un diario della prigionia, perché non si dimenticasse ciò che è stato. I familiari lo hanno stampato in proprio per fargliene dono in occasione del suo 101esimo compleanno, tuttavia non ha fatto in tempo a vederlo.

“Sono partito per il militare il 28 maggio 1943 – si legge nelle pagine scritte di suo pugno – destinato alla scuola di applicazione di Cavalleria a Pinerolo (TO). Appena arrivato non mi sono sentito bene e dopo qualche giorno mi mandarono nell’infermeria in un’altra caserma, sempre a Pinerolo, dove rimasi sino al 12 settembre”.

Una data tragica, quella della cattura da parte delle truppe tedesche, divenute nemiche dopo l’armistizio dell’8 settembre 1945, e il successivo trasferimento in un campo di concentramento per lo smistamento e l’internamento dei prigionieri.

“Partimmo per il campo III D di Luckenwalde – racconta Raffaini – ci collocarono in un capannone sdraiati per terra con del pagliericcio e una coperta per dormire. Dopo qualche giorno, pieni di pidocchi, ci mandarono alla disinfestazione, spruzzandoci addosso un disinfettante che ci bruciava a pelle”.

Poi la nuova partenza.

“Dopo qualche mese, avendo rinunciato ad aderire alla Repubblica di Salò, con un gruppo partii per un’altra destinazione – ricorda – quando scendemmo dal treno ci trovammo nella periferia di Berlino, in un campo dove c’erano donne e uomini russi e polacchi, gente che lavorava in una fabbrica distante 15 Km. Dopo qualche giorno fui sistemato in una delle baracche, su letti a castello con pagliericci trasandati, pieni di cimici. La mattina, dopo l’appello delle 5, ci accompagnarono alla stazione metropolitana per andare in fabbrica, la “D.W.M.”. Mi portarono poi nel reparto F 9 e mi misero a lavorare al tornio con un francese che mi insegnò come dovevo tornire e filettare le granate anticarro. Dopo qualche giorno imparai bene e rimasi da solo, facevo i turni sia di notte che di giorno”.

Ma c’era anche l’incubo dei bombardamenti con le fughe nei rifugi sotterranei.

“Durante un bombardamento venne colpito in pieno il reparto sopra di noi, rompendo le tubazioni dell’acqua, che allagò il rifugio – spiega ancora Raffaini nel suo diario – molte persone annegarono perché una bomba aveva chiuso l’uscita. Riuscii a salvarmi perché, con la cinghia dei pantaloni, mi legai a una tubatura che passava vicino al soffitto… Vedendo le altre persone disperate, che affogavano, svenni”.

Un’esperienza atroce, da cui uscì vivo grazie all’intervento dei pompieri dello stabilimento. Tuttavia il cibo scarsissimo, le fatiche immani e il terrore dei bombardamenti infierirono sul suo fisico, tanto che un giorno stramazzò al suolo e il medico decise di lasciarlo a riposo un mese per deperimento organico. L’avvento della Repubblica di Salò però migliorò un po’ le condizioni di vita degli italiani, con Raffaini che aveva la possibilità di uscire dalla fabbrica dopo il lavoro e circolare per Berlino. Poi l’amicizia con una ragazza che supervisionava la sua produzione.

“Era nata della simpatia nei mie confronti perché lei aveva un fratello militare in Italia – racconta ancora – un giorno mi portò dai suoi genitori, il padre parlava un po’ di italiano”.

Una famiglia non allineata con il Nazismo che gli procurò i documenti e lo accompagnò alla stazione per farlo partire per l’Italia, approfittando del caos per l’imminente arrivo dei russi. Dopo mille traversie, una nuova cattura e la fuga, l’arrivo a Bolzano e ancora un fermo alla caserma Balilla, la resa della Germania aprì, finalmente, la strada verso la libertà e il ritorno alla vita.

“Arrivai a Cologno l’8 maggio 1945 e rientrai a casa mia alle 18 – conclude Raffaini – mia madre incredula, senza mie notizie da parecchi mesi, mi abbracciò con tanto affetto”.

La salma del reduce, che nel 1984 ricevette dal presidente della Repubblica il “Diploma d’onore riservato ai combattenti per la libertà d’Italia 1943-1945”, riposa nel cimitero cittadino.