Pallone d'Oro

“Tra i pali” da 25 anni: Roberto Ghirardi è una “roccia” del Caravaggio

Portiere per scelta, per passione e per tradizione di famiglia: così racconta il suo percorso dentro e fuori dal campo

“Tra i pali” da 25 anni: Roberto Ghirardi è una “roccia” del Caravaggio

di Sharon Vassallo

Ci siamo! Il Giornale di Treviglio, Romanoweek e Cremascoweek sono ufficialmente scesi in campo per una partita importante: dare lustro al calcio locale, alle società che lo promuovono e alla passione di chi lo gioca. E anche voi, cari lettori, ora potrete giocare e votare per eleggere il vostro e nostro “Pallone d’Oro”. Scopri qui come partecipare e sostenere il tuo campione, ma intanto iniziano a conoscere più da vicino il primo iscritto al nostro gioco.

Pallone d’Oro: la roccia dell’Us Caravaggio è Roberto Ghirardi

Portiere per scelta, per passione e per tradizione di famiglia: Roberto Ghirardi è il primo concorrente del nostro “Pallone d’Oro” e racconta così il suo percorso dentro e fuori dal campo.

Roberto, se dovessi raccontarci di te e di quando è iniziata la tua storia d’amore con il calcio, da dove partiresti?

Ho 32 anni e gioco a calcio da circa 25 anni, considerando anche tutto il settore giovanile. È praticamente una vita. Ho girato molto tra Eccellenza e realtà della bergamasca: dai tempi del Ghisalba, Lucini, Ponte San Pietro, Ciserano, Grumello… diciamo che ho accumulato una buona esperienza in tante squadre. L’obiettivo è andare avanti ancora un bel po’ di anni…”

Ma chi è Roberto fuori dal campo?

“Sono un ragazzo molto tranquillo, con vari hobby e passioni. Lavoro come impiegato in un’azienda di spedizioni. Fuori dal calcio mi piace praticare tanti sport: sciare, andare in bici, andare in montagna, giocare a tennis. Non c’è solo il calcio nella mia vita, anche se è lo sport che pratico a livello più intenso e costante. Poi ovviamente mi piace passare il tempo con gli amici”.

Come riesci a conciliare tutti questi impegni con il calcio?

“Nei mesi in cui c’è il campionato, da agosto ad aprile-maggio, è complicato. Ci alleniamo quasi tutti i giorni: martedì, mercoledì e venerdì, e giochiamo la domenica. Il sabato è dedicato alla preparazione della partita, quindi non puoi andare a sciare o fare altro. A volte prendo mezza giornata di ferie il lunedì, che è l’unico giorno senza allenamento, per riuscire a incastrare tutto. Nei tre mesi estivi invece ci si può divertire un po’ di più”.

Come nasce la tua passione per il calcio?

“È nata fin da piccolo, a sei o sette anni, in prima o seconda elementare. Ho iniziato alla scuola calcio di San Pellegrino Terme, nel mio paese. Come la maggior parte dei bambini, otto su dieci andavano a calcio, quindi sono andato con gli amici. Inoltre, la passione me l’ha trasmessa mio papà, che giocava come portiere. Anche lui aveva praticato altri sport, come il basket, ma il calcio era il suo primo amore”.

Chi è stata la persona più importante nel tuo percorso?

I miei genitori. Hanno fatto tantissimi sacrifici fin da quando ero piccolo. Ho fatto anche due anni all’Atalanta e due anni al Varese, e mi hanno accompagnato ovunque, facendo decine di migliaia di chilometri in tutta la bergamasca e in Lombardia. Ancora oggi non mancano mai a una partita. Mi hanno sempre supportato, fin dall’inizio“.

Come vivi le vittorie e le sconfitte una volta tornato a casa?

“In entrambi i casi te le porti dietro per un po’. Non sono uno che vive male in modo esagerato le sconfitte, ma è normale che se vinci e magari non prendi gol ti porti dietro la positività. Se invece perdi o fai un errore, magari da portiere, per uno o due giorni ci pensi. Però fino al martedì, quando si torna in campo per allenarsi: da lì si resetta tutto e si riparte concentrati sulla partita successiva”.

Perché proprio il portiere? È stata una scelta?

“È stata una cosa naturale. Mio papà era portiere, quindi ci ha trasmesso questa passione. Siamo anche una famiglia di persone alte: mio papà è 1,90, io sono quasi due metri. Siamo tre fratelli e abbiamo fatto tutti i portieri. Io e mio fratello giochiamo ancora, il più piccolo ha smesso. È stata una scelta istintiva”.

Un sogno nel cassetto, dentro o fuori dal calcio?

“Dentro il campo, il sogno è arrivare a giocare fino a 40 anni, divertendomi e restando competitivo in queste categorie. Fuori dal campo, creare una famiglia e costruire un futuro. A 32 anni è un pensiero che viene naturale”.

Perché dovrebbero votarti calciatore del Pallone d’Oro?

“Perché gioco a calcio da 25 anni, è una vita che sono in campo. Non vivo lo sport solo come risultato, ma come passione vera: mi alleno quasi tutti i giorni, mi porto dietro le emozioni delle partite ma so anche resettare e ripartire. Il calcio per me non è solo uno sport, è parte della mia vita”.