“Quella volta che il maestro Massari mi ha fatto i complimenti… lì ho vinto il mio MasterChef”
Matteo Rinaldi, 29enne di Boltiere, graphic designer con la passione per la cucina, si è classificato al terzo posto nella 15esima edizione del talent show culinario trasmesso su Sky e in streaming su Now.
Ha indossato il grembiule di Masterchef quasi per gioco e lo scorso giovedì, in occasione della finale dello show Sky Original prodotto da Endemol Shine Italy, si è giocato il tutto per tutto. Matteo Rinaldi, 29enne di Boltiere, graphic designer con la passione per la cucina, si è classificato al terzo posto nella 15esima edizione del talent show culinario trasmesso su Sky e in streaming su Now.
MasterChef 15, vince Teo Canzi
A trionfare, dopo aver convinto con il suo menù “Tutto di me” i giudici-chef Bruno Barbieri, Antonino Cannavacciuolo e Giorgio Locatelli è stato Matteo“Teo” Canzi, 23enne lecchese studente di Economia. Nel duello conclusivo, Canzi ha avuto la meglio su Carlotta Bertin, 25 anni e originaria di Biella. Una serata conclusiva impegnativa per Rinaldi che nella Mystery Box ha presentato un piatto giudicato molto buono ma non perfettamente equilibrato dallo chef Norbert Niederkofler.
Chi è il davvero il “Superman tuttologo” della Bassa?
Ora, a telecamere spente, abbiamo potuto conoscere un po’ più da vicino il “Superman” bergamasco che con il suo fare da simpatico “tuttologo” – con tanto di rubrica “Lo sapevate che?” – ha conquistato la simpatia del pubblico.
Ciao Matteo, innanzitutto complimenti per la tua cavalcata. Cosa ti sei portata a casa da questa esperienza?
“Sicuramente mi ha spinto a rinnovare la consapevolezza di poter dire la mia in cucina e questo grazie alla fiducia che mi hanno riconosciuto. Prima di entrare a MasterChef stavo vivendo un momento complicato: non avevo tante speranze per il futuro. Ho iniziato questa avventura pensando di non poter trovare nulla, invece ho trovato una nuova luce, una nuova autostima. Per certi versi sembra di stare sulle montagne russe: ci sono prove che vanno bene, altre male, ma tutte mi hanno lasciato un insegnamento”.
E su queste montagne russe qual è stato il momento più bello, che porterai con te?
“E’ stato tutto bello, anche le “brutte cucinate”, ma se dovessi scegliere senza dubbio è stato il momento in cui il maestro Iginio Massari mi ha detto che avevo fatto un buon lavoro. Era questo il mio obiettivo. Solitamente la prova di pasticceria è quella più temuta, ma quello era il punto dove volevo arrivare: io lì ho vinto. E mi sono sciolto anche nelle prove successive, dopo quella vittoria, quello che sarebbe venuto dopo era tutto di guadagnato. Me la sono potuta vivere con un po’ più di leggerezza”.
Matteo durante la prova con il maestro Iginio Massari e la figlia Debora Massari
Ci saranno stati anche dei “momenti no”, come li hai superati?
“Ho vissuto questa esperienza consapevole che fosse una competizione, ma anche un gioco. Anche i giudizi più critici, dopo il disagio iniziale, li ridimensionavo e in questo mi ha aiutato l’amicizia”.
…con Niccolò?
“In particolare sì. Lui era l’amico che ti faceva staccare e resettare tutto prima di iniziare la sfida successiva. Le emozioni influiscono moltissimo in cucina. Se ci si mette ai fornelli con un mood negativo quello si vedrà nel piatto finito. Ho avuto la fortuna di poter costruire relazioni vere, con Niccolò, ma anche Alessandro, Matteo Lee e nonostante le difficoltà logistiche al momento cerchiamo di tenere i rapporti. Ormai per andare a trovare Niccolò ho la tessera onoraria dell’Intercity…”
Matteo con l’amico Niccolò
Di sicuro tutti loro hanno fatto il tifo per te in finale. Come hai vissuto il risultato?
“Vivo con gratitudine il fatto di essere arrivato fin lì. E’ stato bellissimo. Ho vissuto tutto, anche il risultato, con serenità. Non volevo togliere il grembiule, è vero, ma i finalisti erano validissimi e l’hanno dimostrato con il loro menù finale. Non nascondo che tifavo Carlotta – anche perché avrei potuto dire di essere stato sconfitto dalla vincitrice – ma Matteo è stato bravissimo”.
Cosa ti hanno detto gli chef prima di salutarti? Qualche prezioso consiglio?
“Mi hanno consigliato di continuare, di non lasciare che MasterCherf resti solo un’esperienza. Certamente devo ancora studiare tanto e non solo in cucina. Se voglio aprire un’attività mia devo assicurarmi di avere le capacità per gestirla, senza contare l’impegno economico che oggi non potrei assumermi. Però ho 29 anni e davanti a me si prefigura un percorso con obiettivi personali e professionali. Ora bisogna far ordine per stabilire le priorità”.
Matteo con lo chef Antonino Cannavacciuolo
Ma il tuo sogno resta sempre quello di aprire un bakery? Perché questa scelta?
“Perché rispetto alla ristorazione classica, nella bakery, non è il cliente a dettare i tempi. Al contrario i tempi sono dettati dal lievito, dalla farina, dalle preparazioni che iniziano la notte e si concretizzano solo ore dopo davanti al cliente. Preferisco evitare la pressione del servizio al tavolo. Amo i ritmi lenti, è sempre stato così, fin da quando ho iniziato a cucinare”.
Da ragazzino, giusto? Era un po’ il tuo rifugio…
“Sì, dagli 11-12 anni ho iniziato a mettermi alla prova in cucina soprattutto per occupare il tempo. Ero un ragazzino introverso con pochi amici e molto tempo libero. Così passavo le estati tra la “Prova del cuoco” e i miei esperimenti in cucina trovando conforto. Ho sempre prediletto ricette con preparazioni lunghe che richiedessero tempo e da autodidatta un po’ pasticcione ho imparato a sperimentare”.
E come sei arrivato a dire “ora vado a MasterChef”?
“Veramente è stata una mia collega di lavoro a spingermi a provare. Ogni lunedì arrivavo in ufficio con qualche piatto da far provare e lei, da appassionata del programma, mi ha spronato a provarci. Sono contento di averlo fatto perché ho capito che nella vita bisogna rischiare, bisogna mettersi in posizioni di sconforto per trovare una la propria strada”.
Per adesso la tua strada ti ha portato su e giù per l’Italia fino a Boltiere…
“Da piccolo ho vissuto scomodamente con il fatto di avere pezzi di famiglia lontani (Matteo ha mamma siciliana e papà campano, ndr) che richiedevano viaggi soprattutto nei momenti delle festività, oggi invece lo vedo come un plus. A Boltiere ho messo radici più stabili, le scuole in paese e poi a Treviglio: mi hanno dato tanto. Poi con l’università a Milano e il lavoro l’orizzonte si è ampliato e chissà dove mi porterà in futuro”.