“La parola d’ordine adesso per gli imprenditori che lavorano in Medio Oriente è stare a galla”. Una sintesi che dice tutto quella di Massimiliano Del Carro, imprenditore di Cologno al Serio che ha fondato un’azienda in paese, la “C.E.M Industrial transformers”, e una negli Stati Uniti. Il suo sguardo sulla guerra tra Usa-Israele e Iran è quello di chi conosce quella realtà da 30 anni.
L’intervista
Di cosa si occupano le sue aziende?
“Ci occupiamo a livello internazionale, di progettazione e costruzione di trasformatori per l’industria, soprattutto siderurgica e mineraria, che alimentano i forni elettrici per l’acciaio che fondono il rottame”.
Da quanto tempo lavora nel mercato americano e mediorientale?
“Ho cominciato 30 anni fa come dipendente, approdando nella società leader mondiale del settore, la ‘Tamini Trasformatori’, prima come responsabile commerciale e poi come direttore, cosa che mi ha permesso di girare un po’ tutto il mondo, i mercati di riferimento infatti sono tre: Europa, Usa e Medio Oriente. Nel 2022 ho poi deciso di mettere a fattor comune le mie esperienze tecniche, professionali e le mie relazioni internazionali e da tre anni sono presente negli Stati Uniti. L’industria pesante americana ha smesso di produrre almeno 40 anni fa, spostando tutto in Cina, e le fabbriche di acciaio rimaste sono obsolete, sia da un punto di vista tecnologico sia da quello delle competenze del personale. Con l’arrivo di Donald Trump sembra che abbia voglia e finanziamenti per rigenerarsi, tuttavia la politica dei dazi ha creato caos in generale e ha danneggiato molto anche gli americani perché per alcuni settori merceologici la produzione americana ora non c’è, ci vorrà del tempo, e nel frattempo importano a un prezzo maggiore. Quanto all’Iran, i rapporti con l’Italia sono sempre stati ottimi sin dai tempi dello Scià di Persia con il nostro re, quindi si sono rivolti alla nostra industria siderurgica quando hanno deciso di aumentare la produzione di acciaio. Le prime acciaierie costruite lì sono nate grazie al supporto dell’IRI con l’azienda governativa ‘Italy impianti’. Le cose sono cambiate dopo l’11 settembre 2001 e la presidenza di Mahmud Ahmadinejad, il quale ha iniziato una guerra mediatica contro l’Occidente che ha reagito con sanzioni. È partito anche l’arricchimento dell’uranio e, dopo una riapertura nel 2014-15, il Paese è sprofondato in un progressivo isolamento, stretto dall’embargo finanziario degli americani. Pur essendo il terzo produttore mondiale di petrolio e detenendo con il Qatar il secondo giacimento di gas al mondo, è senza energia, gas e acqua non potendo più fare investimenti ed essendo senza tecnologia per realizzare impianti di estrazione. Questo embargo ha avuto gravi ripercussioni anche in Europa perché oggi nessuna banca europea accetta denaro proveniente dall’Iran e gli imprenditori come me hanno progressivamente smesso di lavorare lì”.
Conosce bene dunque la realtà iraniana, come sta reagendo il Paese all’attacco israelo-americano?
“Il 90% plaude all’intervento. Nel 1979 il business del petrolio ha fatto cadere lo Scià e insediare il regime islamico, che è diventato quello che conosciamo con la fine della guerra con l’Iraq e il ritorno dei Pasdaran. Da allora la popolazione prova a ribellarsi. A gennaio gran parte dei militari ha gettato le armi, rifiutandosi di uccidere i propri connazionali, ma il regime ha fatto arrivare militanti di Hamas ed Hezbollah che hanno fatto una strage. Gli iraniani oggi sperano solo che prima possibile il regime crolli”.
Come pensa possa evolversi la situazione?
“Negli ultimi anni ogni tentativo di cambiamento è stato soffocato nel sangue quindi oggi non esiste un’alternativa. Ma, se questo intervento bellico sarà in grado di portare temporanea sicurezza, sono convinto che emergerà. L’Iran non è la Siria né la Libia, non è una compagine di tribù né un popolo arabo. Il popolo persiano, di grande cultura, troverà in sé una classe dirigente in grado di risollevare il Paese. Starà alle Nazioni Unite permettere che abbia luogo la transizione, al netto degli equilibri geopolitici: fino a cinque anni fa, infatti, non si vedevano aerei russi e cinesi all’aeroporto di Tehran, oggi invece ne arrivano a iosa. Il tema del futuro è anche un altro: il nostro sistema democratico è il migliore se c’è senso etico e civico ma con i nostri comportamenti non stiamo dimostrando questi valori, e gli iraniani si chiedono se non sia al capolinea. Mi è stato chiesto perché siamo andati in piazza per Gaza e non per la strage di gennaio…”.
Quali le conseguenze di questo conflitto sulle nostre aziende?
“Quello che sta accadendo avrà un riflesso sulla nostra industria in generale, in primis perché ci sono immediate ripercussioni sui prezzi di petrolio e gas e, in secondo luogo, perché in Medio Oriente ci sono progetti per grandi opere: innovazione, efficienza e sicurezza sono i pilastri su cui hanno fondato lo sviluppo di questi anni. Ma adesso la reazione iraniana è stata quella di attaccare i Paesi vicini e fermare gli investimenti solleva grossi problemi a livello industriale perché non sono molti i mercati profittevoli. La storia si ripete, ci sono crisi e nuova stabilità ogni volta, il dramma è quello che accade nei periodi di transizione: chi può mediare è la politica, è l’apripista dell’economia perché crea la stabilità socio-economica che consente di lavorare. Gli imprenditori si assumono già il rischio d’impresa ma hanno bisogno di certezze a medio e lungo termine. In questo momento bisogna cercare di restare a galla senza farsi prendere dal panico”.
Quale ruolo può giocare l’Europa?
“Purtroppo in questo momento non vedo grandi personalità in generale, tanto meno in Europa, che possano dare un significativo apporto per raggiungere un equilibrio. Ma se continua a mancare potremmo entrare in un vortice che non ha un punto di ritorno. Quella che deve prevalere è la cultura politica, che adesso latita: ci sono persone sbagliate in posti strategici. Gli Usa ci hanno dato una scossa ma non c’è stata reazione perché non c’è una classe dirigente idonea, né un unico interlocutore, restiamo divisi. Il vero rischio nel mondo Occidentale è rappresentato dalla finanza che gestisce la politica e non il contrario. Considero Trump l’espressione del populismo e non penso che gli americani siano contenti della sua politica, ma lo hanno votato perché considerato il meno peggio e in questo momento, in cui è debole, la scena internazionale è il suo pallino”.