Il guzheng è forse uno degli strumenti cinesi che più facilmente evocano, agli occhi e alle orecchie del pubblico europeo, un’immagine precisa della Cina. Ventuno corde, plettri applicati alle dita della mano destra, pressioni e scivolamenti della sinistra: bastano pochi suoni perché affiorino paesaggi, acque, luna e una certa idea dell’Oriente classico. Ma durante un concerto tenutosi in settembre al Teatro Titano di San Marino, Belle ha mostrato di non volersi fermare a questa immagine ormai consolidata.
Da tempo attiva nel Regno Unito, Belle cerca per il guzheng uno spazio che vada oltre il repertorio tradizionale senza cancellarne l’identità. Nel 2025 aveva già collaborato con Reform Radio in un progetto in cui il suono del guzheng incontrava elementi trap. A San Marino ha proseguito nella stessa direzione, alternando repertorio tradizionale, melodie popolari cinesi e arrangiamenti di musica occidentale contemporanea.
Un programma di questo tipo comporta sempre un rischio. Quando il guzheng entra in linguaggi musicali diversi, ciò che può andare perduto più facilmente è proprio ciò che lo rende riconoscibile: la risonanza dopo il pizzicato, le piccole oscillazioni d’intonazione prodotte dalla mano sinistra, il modo in cui un singolo suono continua a trasformarsi anche dopo essere stato attaccato.
Belle, però, non ha cercato di uniformare tutto a un generico linguaggio “crossover”. Nei brani tradizionali il suono è rimasto netto e articolato. In The General’s Command, l’attacco rapido della mano destra ha costruito un profilo ritmico deciso, mentre pressioni e vibrati della sinistra sono rimasti chiaramente percepibili. Con Fishing Boats at Dusk, invece, la musica si è distesa, lasciando maggiore spazio alla risonanza e alla continuità della linea melodica.
Proprio in questo brano, il dialogo con la violinista Mimi Huang ha messo in evidenza due logiche sonore quasi opposte. Il violino può sostenere e trasformare il suono senza interromperlo; il guzheng vive invece anche della naturale dissolvenza di ogni nota. I due strumenti non hanno cercato di imitarsi. Una frase del guzheng poteva affievolirsi mentre il violino ne raccoglieva la direzione melodica, creando una diversa percezione dello spazio e del tempo musicale.
Nei brani più vicini al pop, il gesto di Belle è diventato più diretto e il ritmo più marcato. Ma anche qui il guzheng non è stato trasformato nella semplice imitazione di un altro strumento. I glissandi hanno conservato la loro naturalezza, le risonanze hanno continuato a respirare e le sottili modificazioni d’intonazione della mano sinistra non sono scomparse dietro una pulsazione più forte.
Un elemento particolarmente significativo è stato l’uso dello Smart Zheng, una versione contemporanea del guzheng che amplia le possibilità sonore e performative dello strumento. La tecnologia, tuttavia, non è apparsa come un effetto spettacolare in sé. È servita piuttosto a creare nuove condizioni per il suono: maggiore stabilità nell’amplificazione, possibilità di inserirsi in contesti musicali differenti e una più ampia libertà nel rapporto con il palcoscenico contemporaneo.
Ma la tecnologia, da sola, non rende moderno uno strumento antico. La questione resta musicale: capire perché utilizzarla e che cosa possa realmente aggiungere al suono. È forse questo il punto più interessante del lavoro di Belle. Non dimostrare quante cose occidentali il guzheng sia in grado di imitare, ma verificare fino a che punto possa entrare in altri linguaggi continuando a essere riconoscibile. Il “crossover”, in questo caso, non nasce semplicemente dall’accostamento di repertori diversi, ma dal rapporto tra identità sonore differenti.

Il concerto è stato realizzato con il coinvolgimento della Camerata del Titano, realtà musicale sammarinese attiva anche nel campo delle collaborazioni internazionali. Tra gli ospiti era presente anche una rappresentante dell’Istituto Confucio dell’Università degli Studi della Repubblica di San Marino; l’incontro successivo con Belle e con gli organizzatori ha aperto alla possibilità di future iniziative dedicate alla musica cinese e allo scambio culturale.
Forse è proprio qui che il titolo Resonances acquista il suo significato più preciso. La risonanza non è soltanto ciò che rimane quando una corda è stata pizzicata. Può essere anche ciò che sopravvive quando uno strumento antico entra in un’altra epoca, in un’altra cultura e in un altro linguaggio musicale.
Il guzheng può utilizzare nuove tecnologie, dialogare con il violino ed entrare nella musica pop. Ma la domanda più interessante non è quanto lontano possa spingersi. È un’altra: dopo tutte queste trasformazioni, riusciamo ancora a sentire la voce del guzheng?