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Discriminazioni e mondo LGBTQIA+: la mozione del Pd scatena la polemica

Ilaria Bena (Pd) ha presentato una mozione che chiedeva al Consiglio comunale di approvare l’adesione del Comune alla rete "RE.A.DY". Dura la replica di Rocco Lombardo

Discriminazioni e mondo LGBTQIA+:  la mozione del Pd scatena la polemica

(nella foto Rocco Lombardo Partito Popolare del Nord e Ilaria Bena Pd)

Un acceso scontro ideologico ha infiammato l’Aula, a Caravaggio. “Il Comune ha il dovere di promuovere una comunità in cui ogni persona possa sentirsi rispettata e libera da discriminazioni”. Con questa premessa il Pd, per bocca della consigliera Ilaria Bena ha presentato una mozione che chiedeva al Consiglio comunale di approvare l’adesione del Comune alla rete “RE.A.DY” – rete di Pubbliche Amministrazioni che mette gratuitamente a disposizione formazione, strumenti e buone pratiche per prevenire e contrastare le discriminazioni senza alcun costo – e la costruzione di un Protocollo territoriale che coinvolga scuole, servizi sociali, associazioni sportive, oratori, enti del Terzo settore e tutte le realtà educative interessate.

La proposta di adesione a “RE.A.DY”

Un protocollo che riguarda tutte le forme di discriminazione: quelle fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere, ma anche sulla disabilità, sull’origine etnica, sulle convinzioni religiose e su ogni altra condizione personale o sociale». Quindi ha invitato l’Aula a sostenere la mozione.

“Vuole mettere in rete chi già opera sul territorio, favorire il dialogo e rafforzare gli strumenti di prevenzione – ha terminato Bena – Ho ritenuto significativo richiamare anche il percorso avviato dalla Diocesi di Cremona, che ha promosso proprio a Caravaggio un momento di confronto su questi temi. È un segnale che dimostra come il dialogo e l’ascolto siano sentiti come un’esigenza della nostra comunità, al di là delle diverse sensibilità. Credo che la tutela della dignità delle persone, la prevenzione del bullismo e il sostegno ai nostri giovani e non solo siano obiettivi che possono unire tutto il Consiglio comunale”.

Il “no” del Consiglio, favorevole solo Vicario

Così però non è stato, l’unico a votare a favore è stato il consigliere civico del Gruppo Misto Paolo Vicario. Per il resto un coro di no, e tra i diversi interventi che ne hanno spiegato la ragione, quello di un altro consigliere del Gruppo Misto, Rocco Lombardo, appartenente al Partito popolare del Nord, è stato senza dubbio il più articolato.

“Ci chiedono di aderire alla “Rete nazionale delle Regioni e degli Enti Locali per prevenire e superare l’omo-lesbo-bi-transfobia”, e in subordine, a parole, vengono citate le discriminazioni “altre” basate si disabilità, etnia, religione, età – ha esordito – “RE.A.DY” è una piattaforma ideologica per eccellenza, finalizzata alla promozione dei “Diritti umani delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali, transgender, Queer, Intersessuale, Asessuale (chi non prova attrazione sessuale) e le altre identità e orientamenti non inclusi dalle lettere precedenti”. Ebbene, cominciamo col dire che i diritti umani inalienabili risiedono nella natura stessa dell’essere umano, esaltati dalla visione cristiana del medesimo, sono insegnati dal diritto naturale e sono ai nostri giorni definiti e tutelati dalla Costituzione della Repubblica. I diritti di questa comunità non sono tali, sono pretese, basate su una visione discutibile e tesi antiscientifiche che calpestano la dignità e il rispetto della persona”.

Un fiume in piena l’avvocato, che ha identificato alcune delle rivendicazioni.

“Il “gender”: si sostiene che vi sia la distinzione tra sesso anatomico e identità di genere, tesi che va a impattare sul senso di identità e a scardinare la maternità della donna, la paternità dell’uomo, la famiglia naturale. Apre la porta alla maternità surrogata, che è un crimine contro l’umanità, presuppone la schiavitù del corpo materno, il traffico di esseri umani neonati e il furto di identità inflitto ai nuovi nati, che sono frutto di manipolazioni genetiche e di separazioni fisiche da chi li ha generati e dai loro avi. Il binarismo: cioè l’organizzazione biologica umana orientata alla dualità sessuale, necessaria per la riproduzione e inscritta nella genetica. Le leggi devono sostenere e agevolare il reciproco supporto ma la loro diversità non solo è un’evidenza di natura, è la sorgente della vita, della famiglia, della nostra civiltà. I Protocolli di transizione: sostengono l’uso di farmaci bloccanti della pubertà o terapie ormonali sui minori, prematuri a causa della non completa maturazione psicologica e della reversibilità o dei rischi a lungo termine, un’autentica violenza su minori. La bigenitorialità: intesa come gestazione per altri o all’adozione da parte di coppie dello stesso sesso. Si nega che ogni bambino abbia il diritto naturale, che precede in gerarchia i sedicenti diritti degli adulti, di crescere con una figura materna e una figura paterna. La rivendicazione di una libertà di espressione ed educativa: in realtà diventa indottrinamento negli ambienti educativi, che contrasta con il primato educativo e la libertà dei genitori e impone visioni culturali non condivise da tutta la collettività”.

Un intervento concluso con parole pesanti come macigni.

“Dietro espressioni come “inclusione sociale”, “lotta alle discriminazioni”, “dialogo e sensibilizzazione”, “contrasto al bullismo”, citando perfino la Costituzione, si cerca di camuffare quella che in realtà è un attacco ideologico ai diritti fondamentali della persona – ha esclamato – Piattaforme come “RE.A.DY”, contribuiscono all’ipersessualizzazione dei giovani e dei minori: incarnano l’ossessione della sessualità come un fatto culturale senza precedenti. Si cita la Diocesi ma nutro fortissime perplessità sul fatto che gli educatori vogliano arrivare sul terreno di idee così antipluraliste. Queste rivendicazioni non solo sono incompatibili con la visione cristiana dell’essere umano, ma anche con la Costituzione italiana, con il sentimento della nostra gente e con le scelte recenti del nostro Parlamento”.

Bena si è dichiarata esterrefatta dalle affermazioni pesantissime fatte verso le persone della comunità LGBTQIA+, precisando che “stava attribuendo alla mozione un’ideologia gender che nel testo non c’è”.