Si avvicina il momento della sentenza nel processo a carico di Giovanni Sgroi, ex sindaco e medico di Rivolta d’Adda accusato di violenza sessuale nei confronti di cinque pazienti.
L’esclusione dell’Ordine dei Medici
Manca sempre meno al verdetto finale che potrebbe chiudere uno dei casi più discussi degli ultimi anni nel panorama sanitario lombardo, e in particolare di Rivolta. Il processo a carico di Giovanni Sgroi, 71 anni, medico ed ex sindaco di Rivolta d’Adda, accusato di violenza sessuale nei confronti di cinque pazienti, è entrato nella sua fase decisiva. E nei giorni scorsi è arrivata una svolta significativa: l’Ordine dei Medici di Milano non potrà costituirsi parte civile nel procedimento. La decisione è stata presa dal giudice del Tribunale di Milano, che ha accolto le argomentazioni della difesa e respinto l’istanza presentata dall’organismo professionale milanese durante la precedente udienza. Una scelta destinata a incidere sugli equilibri del processo, proprio mentre l’attenzione è concentrata sull’emissione della sentenza. Determinante, secondo quanto emerso in aula, l’intervento dell’avvocato Domenico Chindamo, che insieme al collega Stefano Toniolo assiste l’ex primo cittadino. Il legale ha illustrato una dettagliata analisi giuridica volta a dimostrare l’inadeguatezza della richiesta avanzata dall’Ordine dei Medici, convincendo il magistrato a rigettarla.
Le richieste di accusa e difesa
Ma il nodo centrale resta quello delle accuse. Durante l’udienza di lunedì infatti il pubblico ministero Alessia Menegazzo ha chiesto una condanna a tre anni e sei mesi di reclusione al termine del rito abbreviato. La strategia della difesa punta ora a ridimensionare la portata delle contestazioni. Gli avvocati hanno depositato una consulenza medico-legale relativa a presunti disturbi della personalità dell’imputato e hanno evidenziato come, in uno dei cinque episodi contestati, non vi sarebbero gli elementi per configurare il reato di violenza sessuale. Non solo. L’avvocato Chindamo ha chiesto al giudice di riconoscere la fattispecie di minore gravità, una circostanza che comporterebbe una riduzione della pena fino a un terzo. Una richiesta che potrebbe rivelarsi decisiva per il futuro del 71enne. Anche nell’ipotesi in cui il tribunale accolga integralmente la richiesta della Procura, il quadro potrebbe cambiare rapidamente. Avendo già trascorso circa tredici mesi agli arresti domiciliari, l’eventuale pena residua scenderebbe infatti sotto la soglia dei tre anni, consentendo alla difesa di chiedere misure alternative alla detenzione, come l’affidamento in prova ai servizi sociali. Tutti gli occhi sono ora puntati sull’8 luglio. In quella data accusa e difesa presenteranno le ultime repliche e il giudice pronuncerà la sentenza che deciderà il destino giudiziario dell’ex sindaco e medico lombardo.