Conclusi poche ore fa, nella chiesa parrocchiale di Caravaggio, le esequie di don Franco Perdomini, il prete che sentì fino in fondo la forza dirompente del Concilio Vaticano II e cercò di interpretarla nella sua missione, da sempre votata al sociale e all’apertura verso il prossimo.
Una vita dedicata alla fede e al sociale
Don Perdomini si è spento nella notte tra il 5 e il 6 maggio nella sua abitazione di via Farra. Originario di Sant’Andrea Apostolo a Vidiceto, una piccola frazione del Comune cremonese di Cinghia de’ Botti, dal 1954 (un anno dopo la sua ordinazione) al 1971 si occupò dell’oratorio di Caravaggio. Successivamente intraprese la strada dell’insegnamento al liceo ‘Alessandro Manzoni’ di Milano. Raggiunta l’età della pensione, tornò a vivere nell’amata Caravaggio. Grande appassionato di musica sacra, il suo impegno in città è stato caratterizzato da una serie di iniziative: dalle scuole popolari degli anni ‘70, alla manifestazione “Oltre gli argini”, con cui proponeva di confrontarsi con coloro che non frequentavano la chiesa, al laboratorio per ragazzi che avevano delle difficoltà poi chiuso per mancanza di fondi, all’Università del Tempo libero, attiva ancora oggi, alle Feste dei Popoli degli anni ‘90 organizzate sul prato di San Bernardino. Il religioso è rimasto nella memoria di tutti per la sua visione progressista e in particolare per aver fondato l’associazione “Amici di Libera”, al fine di sensibilizzare la popolazione sul tema della mancanza di legalità ma, soprattutto, per l’amore e la cura dedicati alla chiesa di San Bernardino con l’associazione “Salviamo San Bernardino”.
Parrocchiale gremita per l’addio al prete progressista
Una cerimonia intensa, quella da poco terminata nella chiesa parrocchiale dei santi Fermo e Rustico, gremita. Oltre ai parenti, una folla di caravaggini si è stretta intorno alla bara, chiara, semplice, coperta dall’abito talare e da un libro aperto, posta a terra davanti all’altare, ai piedi della quale fiori candidi. Tra gli altri nei banchi si sono visti il sindaco Claudio Bolandrini, gli assessori Licia Capetti e Marco Cremonesi, il consigliere di maggioranza Guglielmo Paluschi, l’ex assessore Francesco Merisio e gli ex consiglieri Angelo Sghirlanzoni, Antonio Lazzarini e Sebastiano Baroni, oltre al commissario della Polizia di Stato di Treviglio Daniele Bena. A presiedere la celebrazione il vescovo di Cremona monsignor Antonio Napolioni, che ha introdotto così il rito funebre:
“Una vita lunga, intensa, coerente quella di don Franco – ha detto – una vita che non sta a noi giudicare ma accompagnare al suo compimento, anche se è bello ricordare che è stato insignito dell’onorificenza di cittadino benemerito”.
Nell’omelia il vescovo ripercorre i passati contrasti del sacerdote con l’establishment
Con estrema eleganza ma anche schiettezza, nella lunga e profonda omelia pronunciata per don Perdomini, il vescovo di Cremona non ha fatto mistero della visione progressista della Chiesa che il sacerdote esprimeva nel suo agire, e dei contrasti che questo aveva suscitato quand’era approdato alla parrocchia cittadina negli ’70, segnati dai “Sessantottini” e dal Concilio Vaticano II. Il religioso rappresentò infatti un punto di rottura con l’establishment della parrocchia cittadina. E questo non senza pagarne dazio. I contrasti con l’allora parroco e vescovo infatti lo spinsero a intraprendere la strada dell’insegnamento a Milano.
“Una storia singolare, mi piace pensare che don Franco sia vissuto a lungo per vedere Papa Francesco e Papa Leone XIV”
“Conobbi don Franco quando aveva già 85-86 anni e ora presiedo questa celebrazione per le sue esequie dieci anni dopo – ha esordito nell’omelia monsignor Napolioni – ringrazio il Signore perché in questo tempo abbiamo avuto dei bei momenti di incontro, dialogo, racconto e confidenza, riconoscendoci appassionati del Signore, della Chiesa e del mondo, come tutti i cristiani. Ma ognuno vive questo con la sua umanità, il suo carattere, la sua ragione, la formazione ricevuta, gli incontri che lo hanno segnato nella sua crescita. Con la sua storia. E queste storie così diverse danzano, qualche volta si scontrano. Qualche volta ci si abbraccia e qualche volta ci si fa del male. Dunque la storia di un prete come don Franco è diventata singolare, come ognuno di noi è, e appartiene alla chiesa cremonese”.
Il vescovo ha voluto cogliere il significato più profondo e attuale dell’esperienza del sacerdote.
“Quando muore un prete io rileggo quello che trovo nelle cartelle dell’archivio vescovile relative agli anni del suo ministero – ha rivelato – e ho trovato un bel faldone, ricco di appunti del vescovo, lettere del parroco, dello stesso don Franco e di alcuni di voi immagino, parrocchiani e ragazzi, oltre ai ciclostilati di ‘Comunità aperta’ e via discorrendo. Ho dedicato due ore di meditazione su queste pagine della nostra storia ecclesiale: il famoso ’68, la chiesa del post Concilio che non è stata una immediata e magica attuazione dei grandi orizzonti emersi a livello mondiale… Ogni chiesa e ogni pastore ha avuto i suoi ritmi”.
Poi ha aggiunto:
“Mi piace pensare che sia vissuto per vedere Papa Francesco e Papa Leone XIV, e non perché il singolo papa o il vescovo ‘mezzo terrone’ possono coronare sogni antiche e operare cambiamenti secondo le aspettative, ma per contemplare il travaglio ecclesiale che ha caratterizzato e sempre caratterizzerà i discepoli di Gesù, perché il Figlio ci rivela il Padre però non ci trasferisce frettolosamente in cielo: ci compromette ancora di più nella quotidianità che è quella delle parrocchie ma anche delle non parrocchie, dei gruppi e dei singoli, dei vicini e dei lontani, è tutta l’umanità, anche quella che non sa di esserlo”.
“Negli scritti ho avvertito la sua freschezza evangelica e la sofferenza di chi era radicato in una mentalità che ha dato sicurezza alla Chiesa”
Monsignor Napolioni ha ricordato le due visioni della Chiesa che negli anni post Concilio si sono scontrate, generando fermento ma anche divisioni.
“Leggendo gli scritti che ho trovato nell’archivio si coglie la diversità di linguaggi che nel passato rendeva quasi impossibile un dialogo – ha affermato – e che anche oggi ci fa un po’ soffrire: ho avvertito la freschezza evangelica dichiarata con passione dai giovani e dal loro prete, quella delle esperienze pilota spontanee, di rinnovamento ecclesiale e di impegno sociale, ma anche la sofferenza profonda del vescovo e del parroco, magari perché radicati in uno stile e in una mentalità che ha dato per secoli sicurezza e fecondità alla Chiesa: l’oggettività, la legge, la tradizione e il bene delle anime, l’attenzione a tutti e il non spaccare la comunità. Ognuno aveva le sue ragioni, come sempre. Ma occorre ricercare una ragione superiore: il desiderio di impegno per una comunione profonda, che non cancella le diversità ma non permette loro di diventare divisione”.
“Oggi come allora c’è il rischio di strumentalizzazioni politiche ma a colpi di sms e WhatsApp, rimpiango i ciclostilati e le lettere”
L’alto prelato ha infine ricordato come oggi si viva la stagione sinodale, quella dei dibattiti, della crisi e del dialogo a livello mondiale, che porta con sé nuove incomprensioni e fratture, amplificate dalla tecnologia.
“Quanto è facile polarizzarsi, c’è di nuovo il rischio di strumentalizzazioni politiche – ha detto – alla don Camillo e Peppone qui da noi decenni fa e oggi molto più drammatiche e pericolose, dottrine seminate a livello mondiale che scandalizzano i nostri giovani, quando non li seducono. Il che è anche peggio. La Parola di Dio ci riconduce all’ascolto del Signore e di tutti, per non chiuderci, non ideologizzarci e per non ascoltare solo la nostra pancia: pensate cosa sarebbe stato il dibattito di 60 anni fa se fosse stato a colpi di sms e WhatsApp… Rimpiango i ciclostilati, le lettere. Ma siamo in un latro mondo, che in maniera ancor più frettolosa denuncia, vomita, bombarda, fugge. Si fa del male e fa del male”.
“A scuola di dialogo e ascolto nell’imminenza della giornata contro le discriminazioni per l’orientamento sessuale”
E se la parola d’ordine è unire, si preparano incontri per imparare a dialogare che si terranno nei prossimi mesi, anche a Caravaggio.
“Una scuola di dialogo, di ascolto – ha spiegato il vescovo – presiederò incontri di preghiera. Siamo nell’imminenza della giornata contro ogni discriminazione a motivo dell’orientamento sessuale. Qualcuno dice che abbiano svenduto la dottrina cristiana: non è così, sappiamo bene com’è fatta la famiglia e il valore del matrimonio ma questo non ci permette di escludere nessuno dalla comunità. Questa fatica è quella di una volta, di oggi e di domani, la verità nella carità. Cristo ci ha chiamato amici, amicizia che non è mai un gruppetto contro l’altro, alcuni e non tutti, ma è uno stile di vita. Godiamoci l’amicizia di Gesù e quella che ci ha regalato don Franco, ma non chiudiamolo nella cassa di un’esclusiva ma apriamolo alla pienezza di comunione e poi in prima fila ad accoglierlo in Paradiso ci saranno proprio quel vescovo e quel parroco con cui magari ha fatto fatica, perché questo sa fare il Signore”.
Concluso il rito funebre, il feretro di don Perdomini è proseguito verso il cimitero di Vidiceto, nel Cremonmese.