Non esistono ragazzi cattivi, esistono solo ragazzi che hanno fatto scelte sbagliate, che sono inciampati lungo quella strada dissestata che è la vita. Errori che, però, non devono definirli togliendogli la speranza di un domani migliore. Sono l’espressione di un disagio che non hanno creato, ma che è diventato la loro normalità. Proprio come quelli che vivono e frequentano le comunità di Kayros Est, fondata nel 2000 a Lambrate da don Claudio Burgio, 56 anni, cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano e autore del libro che s’intitola appunto “Non esistono cattivi ragazzi” di cui ha parlato proprio venerdì scorso, a Spino d’Adda, in una conferenza organizzata al “Cinema Vittoria” dal Comune in collaborazione con il “Gruppo vita” e l’oratorio San Giuseppe.
Don Burgio: “Non esistono cattivi ragazzi”
Nelle sue pagine scorre il racconto-testimonianza dei primi anni vissuti al loro fianco, in carcere e nelle comunità Kayros. Delinquenti, per gli altri, ma per don Claudio ragazzi da ascoltare, accogliere e sostenere nella ricerca della loro identità. Ragazzi come quelli che, sempre troppo spesso, sono protagonisti di pagine di cronaca nera. E se, come è chiaro, la repressione non basta, cosa possiamo fare per comprendere questo disagio e aiutare i ragazzi a risolverlo? Ne abbiamo parlato proprio con don Claudio che vive questa sfida quotidiana.
Spesso sentiamo dire che “i ragazzi non ci ascoltano” e che non rispettano le regole: è davvero così?
“I ragazzi evitano il confronto o non lo cercano quando lo ritengono inutile, quando capiscono che hanno davanti un adulto incapace di andare oltre alla negatività e all’ansia con cui affronta questa vita. Percepiscono l’assenza dell’adulto anche quando è presente: procura cose, protegge, mette a disposizione soldi e risorse, ma non c’è sui temi esistenziali. Non c’è per dare le risposte alle sfide di questa vita. E’ un’assenza che spesso li porta ad ammettere di non sapere il motivo per il quale sono stati messi al mondo, quale sia la loro parte in questa vita”.
Come possiamo tornare “presenti”?
“Con la coerenza. I ragazzi cercano adulti veri che siano in grado di esprimere anche una visione diversa dalla loro, ma senza trasmettere quell’ansia e quella modalità pregiudizievole che li fa sentire già etichettati, che annulla già di partenza qualsiasi loro sforzo. Al contrario gli adulti sbagliano quando non riescono ad andare oltre alla sensazione di essere in un mondo sbagliato, sempre negativi. Capita che i ragazzi mi confidino di non voler crescere e diventare adulti per non diventare giudicanti, lamentosi e passivi. Abituati a vivere senza coraggio”.
In questi episodi è possibile che rivendichino proprio questo coraggio?
“Questi episodi sono la classica esposizione adolescenziale che acquista toni più preoccupanti. E’ un tentativo di esplorare nuove sensazioni perseguito e ottenuto, però, nel modo sbagliato. Un comportamento che è anche figlio di una società dove il confine tra bene e male viene sempre meno. Quasi tutti non sanno se i loro gesti porteranno o meno sofferenza ad altre persone, non hanno confini. Un esempio è il ragazzo che recentemente ha ucciso i genitori e il fratello, l’ho incontrato. Le perizie psichiatriche non hanno trovato nulla di anomalo, alle spalle non aveva, come spesso capita in altri casi, una famiglia disastrata, e viveva anche in un contesto sociale di buon livello. Però quella notte è scoppiato tutto, continuava a ripetermi “non so perché l’ho fatto, non so perché l’ho fatto” non diceva altro”.
Come fare, allora, per riattivare questa connessione tra giovane e adulto?
“Con la comunicazione positiva, basata non sulle parole ma sui fatti, con l’esempio. I giovani contestano agli adulti la mancanza di coerenza, che si concretizza nel predicare valori che poi non vivono nella loro quotidianità. L’esempio è ciò che più li convince della nostra autenticità. Oppure genitori con troppe aspettative, che instillano ansia prestazionale. Questi ragazzi vogliono sapere come si affronta il dolore, come si fa fronte alle sfide che la vita ci mette davanti quotidianamente, semplici o difficili che siano. E se questo non avviene, incontro ragazzi vuoti, senza valori. Hanno un problema? Non ne parlano, si rifugiano in altro e cercano modi per affrontare i loro disagi, come droghe, alcol, dispositivi tecnologici, isolamento. Di conseguenza o si ritirano in casa o finiscono per strada”.
E per strada i rischi e le violenze aumentano. Sempre più spesso questi ragazzi escono già armati…
“Escono armati perché “non si sa mai cosa c’è là fuori”, percepiscono i rapporti umani come prettamente utilitaristici e non autentici. I reati compiuti non sono mai giustificabili, ma i valori distorti di questi ragazzi chi glieli ha trasmessi? “I soldi sono tutto, bisogna preformare a tutti i costi, se non ti fai vedere e non ti metti in mostra in qualche modo non vali nulla”. In qualcosa la società ha sbagliato, noi abbiamo sbagliato”.
Come aiuta i suoi ragazzi ad affrontare il loro disagio?
“Per prima cosa bisogna permettere loro di narrare quello che vivono e che soffrono. Abbiamo avviato un laboratorio di Trap che li aiuta ad esprimere, anche in modo distorto, il loro mondo interiore e la loro visione della vita. Bisogna dar voce a questo disagio perché ricordiamoci che la musica sa essere terapeutica ed è fondamentale che riescano a dar sfogo al loro dolore. Poi bisogna dargli delle responsabilità, anche piccole, bisogna trattarli come adulti, non come bambini. Devono avere la libertà di scegliere anche se scelgono male, devono scontrarsi con i loro errori e capire perché quella è la direzione errata. “Hai sbagliato”, non “sei sbagliato”, “hai fallito”, non “sei un fallito”. Non tutti i ragazzi sono dei mostri”.
Siamo ormai d’accordo che la repressione non sia lo strumento più utile…
“In un’ottica della riduzione del danno va bene tutto, persino i metal detector a scuola, ma non pensiamo così di curare il problema. Lo stesso carcere non rieduca, ma è un’esperienza profondamente traumatizzante per i ragazzi“.
E’ la comunità che deve prendersene cura, insieme?
“Senza voler puntare il dito contro nessuno, ci sono molte variabili da tenere presente: il contesto famigliare e sociale di molti di questi ragazzi, ma anche la scuola che fa quello che può. Ha dato priorità a didattica e apprendimento che, per carità restano importanti, ma deve tornare a essere anche un luogo educativo e sicuro. Non si può certo chiedere agli insegnanti di diventare anche psicologici e assistenti sociali, per questo servirebbe un educatore in ogni classe, perché si sa, la scuola è una palestra sociale e quello che si vive a scuola, compreso il bullismo è ciò che ci segna e ci forma”.