“Il 90% degli iraniani plaude all’attacco che ha decapitato il regime”. A dirlo è Davide Farsi (il nome è italianizzato: all’anagrafe si chiama Hossein David), 65 anni, iraniano in Italia dal 1980 quando è arrivato come studente universitario e non se n’è più andato. Vive a Caravaggio, è sposato con un’italiana ed è padre di Andrea Farsi, che nel 2022 a 21 anni si è messo al collo una straordinaria medaglia d’oro ai campionati mondiali di dattilografia disputati in Olanda.
L’intervista
Come avete reagito lei e i suoi familiari rimasti in Iran alla guerra scatenata da Usa e Israele?
“Siamo felici dell’attacco, il regime che governa l’Iran da 47 anni non dà alcun valore al popolo, l’unica cosa che gli importa è la distruzione di Israele, l’aiuto ai palestinesi e il sostegno agli Hezbollah del Libano e agli Huthi dello Yemen. Le repressioni negli anni sono state terribili, non solo l’ultima di gennaio che sembra abbia coinvolto oltre 30mila persone. Non c’è alcuna libertà di espressione, in particolare le donne sono vessate in un modo incredibile… I figli dei membri del Governo risiedono per la maggior parte all’estero con tanti soldi, case e imprese, un iraniano medio invece non riesce a vivere: la moneta si svaluta circa del 2-3 % al giorno e lo stipendio base di un operaio è pari a 110-120 euro al mese, quando un litro di olio costa due euro e la carne 7-8 al Kg. La gente ha cominciato a ribellarsi ultimamente proprio perché non ce la fa più. Lo Stato eroga contributi pari a cinque euro al mese, che non aiutano nessuno”.
È preoccupato per i suoi familiari in Iran?
“Ho ancora un fratello e una sorella in lì, un po’ di preoccupazione c’è ma non eccessiva perché americani e israeliani non bombardano le case, solo siti militari. Quello che fa paura è la Polizia che gira per strada e spara a chiunque proferisca parola senza chiedere nulla… Molta gente sta facendo festa per la morte di Khamenei“.
Che futuro vede per il suo Paese?
“Sfortunatamente l’opposizione in Iran è molto frazionata e alcuni leader sono stati uccisi. In tanti, specialmente i giovani, inneggiano al ritorno dello Scià di Persia perché guardano i filmati dell’epoca e vedono che allora la gente stava bene e c’era ricchezza, ma loro non hanno vissuto quel tempo, io sì. Sono partito a 18 anni per l’India e poi per l’Italia. È vero, allora c’era libertà come qui, ma non la possibilità di criticare in alcun modo lo Scià e il governo, il controllo della polizia segreta era capillare e persino in casa si aveva paura a pronunciarsi contro di lui. In questo momento non c’è nessuno che, sostenuto dal popolo, possa sostituire il regime: sono solo due le persone che potrebbero guidare il Paese verso una transizione democratica, come auspico, ma sono in prigione: loro hanno lottato finora per i diritti umani a costo di galera e violenze, senza lasciare mai l’Iran. Anche da dietro le sbarre fanno quello che possono e sono le uniche in grado di condurre alla formazione di un Parlamento e alla stesura di una Costituzione”.
Cosa pensa del ruolo marginale che sta giocando finora l’Unione Europea?
“L’Europa, come fanno tutti, pensa ai suoi interessi. Anche gli Usa si sono mossi per i loro e specialmente per il petrolio: il 20% passa dallo stretto di Hormuz. Ma almeno questo è di aiuto al nostro popolo. Gli Stati europei dovrebbero smettere di fare affari e chiudere le loro ambasciate finché il regime è al potere, ma non lo faranno mai perché la politica finisce per coincidere con gli interessi nazionali. Se ci fossero gli Stati Uniti d’Europa la loro voce conterebbe molto più di quella dei singoli Stati, ma sono già contento che il Parlamento europeo abbia riconosciuto i Pasdaran, i Guardiani della rivoluzione, come gruppo terroristico. Non posso aspettarmi di più”.