Un lavoro certosino (e preziosissimo) di trascrizione di tutti i documenti presenti nell’archivio del Santuario di Santa Maria del Fonte di Caravaggio quello che sta svolgendo, da ben due anni e mezzo, il professor Francesco Tadini, storico locale, ex dirigente della scuola media “Mastri Caravaggini” ed ex consigliere comunale a Fornovo, su incarico del precedente rettore monsignor Amedeo Ferrari.

Un tuffo nel passato del Santuario
Un impegno titanico, di cui solo un uomo di profonda cultura e particolare sensibilità per la storia della nostra terra come Tadini avrebbe potuto farsi carico. Dopo il congedo dal lavoro il professore non ha mai smesso di dedicarsi alla cultura, ma questo è uno sforzo di cui i cittadini di oggi e i posteri non potranno che essergli grati perché, quando sarà concluso, avrà reso accessibile il contenuto di antiche pergamene scritte in un latino particolarmente ostico, di difficile comprensione, che in pochi sono in grado di leggere, attraverso le quali a poco a poco emerge la storia dell’indiscusso simbolo di Caravaggio.
“Non possiedo titoli accademici nell’ambito dell’archivistica ma so leggere questo genere di documenti – ha spiegato – Prima trascrivo i testi, che sono scritti in un latino curiale, pieni di abbreviazioni e quant’altro, correggendo gli eventuali errori con l’aiuto di mia moglie Enrica Tirloni, che conosce la lingua meglio di me, e aggiungendo alcune annotazioni e commenti. La trascrizione è comunque in latino, la traduzione è altra cosa. Il secondo livello del lavoro riguarda la necessità di chiarire le usanze giuridiche e sociali del tempo. Al nuovo rettore ho già consegnato l’elenco di quanto fatto finora, sono arrivato all’anno 1750″.
Ogni mattina Tadini esce di casa e si dirige alla basilica per fare un vero e proprio tuffo nel passato, toccando con mano incartamenti che hanno attraversato i secoli.
“Spulciando si trovano atti vescovili, testamenti, carteggi relativi a diatribe e contese – ha rivelato – Il documento più antico che qui è conservato risale al 1331, quando a Caravaggio venne istituita la ‘Confraternita di Santa Maria’, che teneva un piccolo ospedale-ospizio non si sa in quale luogo. Il vescovo concedeva un’indulgenza a chi aiutava malati e infermi. Nel 1432 poi, dopo l’Apparizione, poiché arrivavano moltissime offerte, la volontà è stata quella di costruire una chiesa e di ampliare l’ospizio”.
L’archivio storico del Santuario è uno dei più importanti e ricchi della diocesi di Cremona e, nonostante le tribolate vicende susseguitesi nei secoli, comuni a molti altri archivi, conserva carte molto significative per chi studia la storia della basilica e, più in generale, del territorio.
“Ora la Direzione ha deciso di provvedere al riordino delle carte che sono riunite in due locali distinti – ha raccontato Tadini – nello studio del rettore e nel locale sopra la sagrestia. Ci sono progetti abbastanza impegnativi che potrebbero prevedere anche una riorganizzazione dei locali dell’archivio ma è ancora tutto molto acerbo. Dalla ricognizione dei documenti, che precede il vero e proprio riordino secondo criteri di biblioteconomia, la storia del Santuario sembra articolata in tre periodi: la gestione da parte delle famiglie notabili di Caravaggio, in particolare i Secco (1432-1570), la fase monumentale promossa dall’arcivescovo Carlo Borromeo che chiamò l’architetto Pellegrino Pellegrini per la costruzione della basilica, del grande viale e dell’arco di Porta Nuova (1570- età napoleonica). Il terzo periodo si caratterizza per la progressiva definizione dello spazio sacro, con la successiva riduzione o eliminazione delle manifestazioni folcloriche ed economiche che davano importanza e attiravano folle di pellegrini entro l’evento religioso”.
La fiera, una realtà pulsante che oggi non c’è più
Bisogna immaginare la vita al Santuario molto diversa da quella di oggi.
“La fiera, che si tenne al Santuario dal 1638 fino ai primi decenni del Novecento, è una di quelle – ha chiarito – richiamava molte persone per il mercato del bestiame e per la presenza di venditori dei più svariati oggetti, saltimbanchi e persino astrologi che predicevano il futuro. L’idea nacque verso la fine del Cinquecento, quando gli amministratori del Santuario chiesero di poter tenere una fiera annuale per rimpinguare le casse. Ma, probabilmente in considerazione dei danni che la fiera con esenzione dei dazi avrebbe recato alle casse dello Stato, e forse anche per le proteste e l’opposizione dei Comuni del territorio che pure avrebbero voluto fare lo stesso, ci vollero 50 anni prima della concessione con il decreto di re Filippo IV di Spagna. Ne nacque una contesa giudiziaria con Rivolta, che intendeva trasformare i quattro martedì settimanali di mercato in una fiera di quattro giorni al termine di ogni mese. Se Caravaggio si fosse opposto, Rivolta avrebbe fatto lo stesso con la richiesta del Santuario. Si può avanzare l’ipotesi che siano giunti ad un compromesso. Nel corso del Settecento, si può dedurre che si fosse deciso di estendere la fiera a tutte e cinque le solennità della Madonna celebrate al Santuario, ma solo per il giorno di festa e la relativa vigilia. Probabilmente era stata una decisione autonoma, senza chiedere l’autorizzazione al governo di Milano”.
Un’esperienza, quella tra le antiche carte dell’archivio, che il professore vive con passione:
“Mi riempie le giornate – ha sorriso – attraverso la lettura di questi documenti prende forma una storia che va al di là di quella devozionale. Tutto questo lavoro verrà raccolto in un libro che ricostruirà la storia del Santuario, articolato nei tre periodi di cui ho fatto accenno. I primi due sono quasi completati”.
