Solidarietà

In Svizzera per portare supporto alle famiglie colpite dalla strage a Crans-Montana

La psichiatra Anna Rosa Moro per quattro giorni con il team inviato da Regione Lombardia

In Svizzera per portare supporto alle famiglie colpite dalla strage a Crans-Montana

Offrire vicinanza e ascolto, anche nel silenzio. Lo stesso che dallo scorso primo gennaio ha avvolto i familiari delle vittime della tragedia del Crans-Montana a cui la dottoressa Anna Rosa Moro, medico psichiatra di 63 anni di Treviglio, ha deciso di prestare supporto nei giorni immediatamente successivi al tragico incidente.

Una tragedia che ha scosso il mondo

Oltre a provocare 41 morti e 116 feriti infatti, il terribile incendio del locale svizzero “Le Constellation” ha lasciato dietro di sé centinaia di famiglie distrutte, costrette a convivere per sempre con il dolore della perdita di un figlio che, in giovane età, non ha fatto altro che festeggiare l’arrivo del 2026 prediligendo il divertimento e sottovalutando le fiamme che di lì a poco avrebbero spazzato via vite e sogni. Proprio a queste famiglie la dottoressa Moro, da quest’anno in pensione dopo 35 anni di servizio al Dipartimento di Salute Mentale della ASST Bergamo Ovest, al CPS di Treviglio e al Reparto di Psichiatria, ha scelto di tendere una mano e offrire assistenza nel periodo più buio della loro esistenza.

La decisione di partire e l’arrivo a Crans-Montana

“In passato avevo partecipato ad altri interventi per situazioni gravi – ha raccontato Anna Rosa – ma meno drammatiche di questa e con un numero minore di persone coinvolte. Da alcuni anni infatti, sono socia della ‘Società Italiana di Psicologia dell’Emergenza’ (Sipem SOS Lombardia, ndr.), che il primo gennaio è stata attivata dalla Protezione civile lombarda per poter avere quattro psicologhe e psicoterapeute per il supporto immediato a Crans Montana. Ho dato subito la mia disponibilità e sono partita il mattino seguente insieme alla presidente Sipem Roberta Brivio e alle colleghe Daniela Longoni e Caterina Montalbano“.

L ’intervento effettivo sul posto, coordinato dalla Protezione civile in collaborazione con le autorità svizzere, ha preso il via alle 10 del mattino del 2 gennaio, quando Moro e le altre hanno raggiunto il Centro Congressi di Crans-Montana, che nel frattempo era stato messo a disposizione dei familiari dei ragazzi coinvolti nella tragedia.

“Al nostro arrivo la situazione era molto incerta e dolorosa, perché i genitori che erano lì, ed erano tanti tra italiani e di altre nazionalità, non sapevano ancora se i propri figli fossero feriti lievemente, in condizioni molto gravi o deceduti. Abbiamo affiancato questi familiari con discrezione, garantendo una presenza costante nelle successive 24 ore. Alcuni non se la sentivano di rientrare in appartamento o in albergo e hanno preferito rimanere al Centro Congressi dove, oltre a essere assistiti, avrebbero potuto avere notizie. Avevano bisogno di essere ascoltati e supportati, mentre altri preferivano il silenzio, ma allo stesso tempo necessitavano di una presenza accanto a loro. In un paese straniero, avere la possibilità di un ascolto nella propria lingua, in un momento così difficile, ci è sembrato molto utile”.

Il supporto a Zurigo e il rientro in Italia

Il giorno successivo poi, il 3 gennaio, ad Anna Rosa e alle sue colleghe è stato chiesto di spostarsi a Zurigo.

“Al ‘Kinderspital’, l’ospedale pediatrico universitario, erano stati ricoverati in terapia intensiva quattro ragazzi italiani e noi abbiamo affiancato i loro genitori. La situazione era molto concitata e anche un po’ caotica, dettata dalla gravità dei ragazzi. Siamo state sempre accanto ai loro familiari, durante i lunghi interventi chirurgici di ogni giorno e i colloqui con i medici, per aiutarli a comprendere meglio quanto stava avvenendo. Oltre che con la nostra presenza, li abbiamo sostenuti anche con gesti semplici, come una tisana calda, una passeggiata e lunghi momenti silenziosi di preghiera e speranza”.

A Zurigo, la Moro è rimasta fino al 5 gennaio.

“Quella sera io e Roberta siamo state sostituite da altre due colleghe, Angela Lupo e Chiara Cantù. Credo che la nostra presenza sia stata importante: l’ascolto e la vicinanza possono aiutare ad affrontare situazioni molto difficili e dolorose, aggravate dalla lontananza da casa e dall’assenza di supporti. A volte può essere utile anche solo un abbraccio, senza troppe parole”.

Proprio in virtù di questo aspetto, la squadra di supporto di cui ha fatto parte la Moro, dopo il rientro in Italia, ha garantito ulteriore vicinanza a tutti coloro che, anche indirettamente, sono stati colpiti dalla tragedia.

“Abbiamo mantenuto i contatti con i genitori incontrati. Ci aggiornano regolarmente sulla situazione e sanno che, se lo vorranno, noi siamo a disposizione. Alcuni colleghi a Milano inoltre, hanno fornito supporto ai compagni di classe dei ragazzi feriti, ai loro genitori e ai loro insegnanti”.