di Sharon Vassallo
Anche questa settimana, Prima Treviglio vi accompagna alla scoperta del nostro gioco “Barista de cuore”. Siamo andati a conoscere Zaccaria del bar “Tipiko” di Castel Rozzone. Anche lui è tra gli iscritti al nostro gioco e attende i voti dei suoi fedeli clienti per scalare la classifica. Per votarlo e fargli scalare la classifica basta ritagliare e compilare il tagliando che trovate sul Giornale di Treviglio e Romanoweek e consegnarlo al vostro barista del cuore (oppure da noi, in redazione, ci trovate in via viale Vittorio Veneto, 1 a Treviglio).
Il “Barista del cuore”, conosciamo Zaccaria del “Tipiko”
Zaccaria, 26 anni. Ha scelto il bancone, ed ha trasformato un’intuizione leggera in una passione vera. Oggi al “Tipiko” di Castel Rozzone non prepara solo cocktail, ma crea legami: ogni drink è un gesto, ogni cliente una storia. E in quella storia, lui ci mette sempre il cuore.
Zaccaria, raccontaci qualcosa di te…
“Dopo il diploma ho capito subito che l’università non faceva per me, non mi ispirava; a casa ho sempre avuto massima libertà di scelta, però la regola era chiara: o studi, oppure lavori. E io sentivo il bisogno di creare con le mie mani. Avevo appena terminato l’artistico e, a 19-20 anni, ho iniziato a cercare davvero la mia strada”.
Come ti sei avvicinato al mondo del bar?
“Un’estate ho provato a lavorare in cantiere con mio fratello… ma ho capito subito che non era il mio. Un giorno eravamo sul furgone e le sue parole sono state: “Ma tu cosa vuoi fare? Perché il cantiere non ti piace, si vede”. Con un po’ di sognante leggerezza, senza credere davvero che mi prendesse sul serio, gli racconto dove, ipoteticamente, mi sarei davvero visto: “Mi piace l’idea dei Mojito in spiaggia, il mare, i cocktail, il surf… quello stile lì. Mi divertirei, ma sarebbe comunque un mestiere”. Mentre parliamo lo vedo che continua a guardare il telefono. A un certo punto alza la testa e dice: “Vai a fare il barman”. La proposta mi stuzzicava, ma ero bloccato: a vent’anni non sai niente, non hai iniziativa, hai paura di sbagliare. Io ero proprio così. Lui invece no. Lui è stato il coraggio che io non avevo. Mi ha iscritto a un corso senza farmi troppe domande, e da lì tutto ha iniziato davvero a prendere forma”.
Come hai mosso i primi passi concretamente?
“Inizio il corso a Milano e sin da subito mi piace. Ma avevo fretta di mettermi alla prova, così in parallelo comincio anche a cercare lavoro. C’è però un dettaglio importante: da bambino giocavo a basket e il mio coach era Mattia Monzio Compagnoni, che oggi è il titolare del Tipiko, il locale in cui lavoro. Il destino, in qualche modo, aveva già iniziato a intrecciare le nostre strade”.
In che modo?
“Mattia era direttore di questo locale importante, con un target di clientela e un’impostazione organizzativa raffinata, un ambiente elegante. Aveva saputo da mio papà che cercavo un impiego, e dunque ha iniziato a fare il mio nome con chiunque si lamentasse di aver bisogno di personale. Il grande paradosso? La risposta era sempre la stessa: “No, se non ha esperienza non lo prendiamo”. Così, nonostante non avesse bisogno nel locale per cui lavorava, mi prende con sé: avrei dovuto imparare il mestiere, essere di aiuto ai barman, iniziare a testare il mondo verso cui mi proiettavo. Arrivato in questo ambiente, mi ritrovo catapultato in un’altra realtà. Dovevo parlare in un certo modo, darmi un tono, relazionarmi con l’uomo in giacca, con la donna sofisticata e con i coetanei che bevevano uno spritz tra una pausa dallo studio e un’altra. Ed era bellissimo. Il corso neanche lo finisco: parto subito, sei giorni su sette, a imparare tutto sul campo”.
Com’è il vostro rapporto?
“Cresciuto giorno dopo giorno, fino a diventare per me una sorta di mentore. Io ero un ragazzino, eppure tra noi si è creato qualcosa di vero e unico. Quello che si è creato tra noi non è la classica amicizia. È qualcosa che nasce lavorando fianco a fianco, condividendo fatica, responsabilità”.
Cosa provi quando sei dietro al bancone?
“Stare dietro al bancone mi dà energia, è qualcosa che mi fa tornare a casa carico. Per me è quasi una forma di espressione d’amore: in quel posto riesco a mettere dentro ciò che sento. C’è creatività, prima di tutto. Sono un po’ artista, e nei cocktail posso davvero esprimermi. Quando vedi nascere qualcosa dalle tue mani e ciò viene apprezzato… la soddisfazione è immensa. Poi c’è il contatto umano, che è la parte più bella. Ero timido, ma questo lavoro ti costringe a parlare con tutti: signore, ragazzi, chi è felice e chi arriva dopo una brutta giornata. Alla fine quel locale, per me, è casa”.
E il rapporto con i clienti?
“Meraviglioso. Non puoi mai sapere come potrebbe andare una serata: magari entra un ragazzo che nemmeno conosci e, un’ora dopo, sembra di parlare al tuo migliore amico”.
Cosa significa per te far parte del “Tipiko”?
“L’ho visto nascere. Non solo aprire: nascere davvero. Ho visto Mattia e il socio indebitarsi, rischiare, crederci fino in fondo. All’inizio eravamo in pochi: io, Mattia, Davide in sala; e i cuochi in cucina. Ci vogliamo bene, sì, ma soprattutto siamo uniti da un progetto”.
Perché dovrebbero votarti come “Barista del Cuore”?
“Barista del cuore non vuol dire essere il migliore. Vuol dire qualcosa di molto più semplice: quando un cliente arriva e, prima ancora di sedersi, ti guarda e ti dice: “Oh Zack, come stai?”, in quel momento capisci che, per qualcuno, lo sei già”.