Economia
L'analisi della Cisl

Dimissioni dopo il parto: persi ancora mille posti di lavoro nella bergamasca

Danilo Mazzola: “Servono politiche di welfare e di conciliazione per le famiglie”.

Dimissioni dopo il parto: persi ancora mille posti di lavoro nella bergamasca
Economia Treviglio città, 28 Ottobre 2021 ore 16:04

Nel 2020 in provincia di Bergamo, 1051 lavoratori (831 donne e 238 uomini) hanno lasciato il proprio impiego tramite convalida, rilasciata dall’ITL di Bergamo, entro i 3 anni di vita del bambino e che, se effettuate entro l’anno, danno diritto all’indennità di disoccupazione.

Dimissioni in calo, ma è "colpa" del Covid

Nel 2017 si contavano 1322 convalide (989 donne e 333 uomini), 1425 nel 2018 (1071 donne e 354 uomini), 1430 nel 2019 (1051 donne 379 uomini).

“L’inversione di rotta nel trend di crescita non va ricercata, purtroppo, in politiche familiari che finalmente contribuiscono a gestire il rapporto tra vita e lavoro, ma ancora una volta nell’arrivo della pandemia che, lo scorso anno, soprattutto tra marzo e maggio ha prodotto una perdita di posizioni da lavoro dipendente pari a 6685 unità, che ha coinvolto nella maggioranza dei casi lavoratori con contratti precari (tempo determinato o somministrati). Pertanto per molte lavoratrici, in particolare nel terziario e industria, tanti rapporti di lavoro non sono stati trasformati in tempo indeterminato e pertanto, cessati a scadenza, hanno portato a vivere la propria condizione di maternità da disoccupate”.

L’analisi di Danilo Mazzola, segretario CISL di Bergamo, mette in risalto il calo di 26 punti percentuali sull’anno precedente nel report dell’Ispettorato Territoriale del Lavoro, ma punta il dito sulla carenza di un "welfare state" capace di drenare le difficoltà e soddisfare i bisogni delle famiglie dei lavoratori.

Chi sono i più colpiti

Nel 2020, l’età dei genitori maggiormente rappresentata nei dati ITL riguarda la fascia tra 34 a 44 anni 443 lavoratori (327 donne e 116 uomini), quella dai 29 ai 34 anni con 364 lavoratori coinvolti (298 donne e 66 uomini); 212 domande riguardano lavoratori al di sotto dei 29 anni (177 donne e 35 uomini) e 32 con più di 44 anni (11 donne e 21 uomini).

In 567 casi ha coinvolto lavoratori con un figlio, in 392 casi due figli e in 92 casi con più di due figli, per un totale 1.646 figli coinvolti (699 fino ad un anno di età, 514 da 1 a 3 anni di età e 427 oltre 3 anni di età).

Delle 1051 convalide, 888 riguardano lavoratori Italiani (704 donne e 184 uomini), 115 lavoratori provenienti da paesi Extra EU (72 donne e 43 uomini) e 48 lavoratori di paesi EU (37 donne e 11 uomini).

In 535 casi (479 donne e 56 uomini) sono lavoratori con qualifica da impiegato, in 446 casi (278 donne e 168 maschi) da operaio, in 32 casi (24 donne e 8 uomini) quadro, in 13 casi (9 donne e 4 uomini) dirigente e in 25 casi (23 donne e 2 uomini) apprendista.

I settori più coinvolti sono l’industria con 229 convalide (143 donne e 86 uomini), il terziario con 686 (586 donne e 100 uomini), l'edilizia con 52 (23 donne e 29 uomini) e l'agricoltura con 4 (3 donne 1 uomini).

Mancano vere politiche familiari

“Sono dati che fanno riflettere su come la nostra provincia debba fare molto di più per permettere di lavorare a madri e padri, quando il momento della natalità entra piacevolmente nelle nostre case – continua il sindacalista - Anche quest’anno, infatti, oltre 1000 lavoratori con più di 1600 figli hanno dovuto gestire una diminuzione del proprio reddito da lavoro dipendente, proprio nel momento in cui ne sarebbe servito di più. Tutto troppo facile per una provincia come la nostra, sempre alla ricerca di occupazione professionalizzata, che nel 2020 vede perdere centinaia di lavoratori tra i 29 e 44 anni, solo perché gestire i figli diventa un ostacolo. Vanno ripensate politiche di conciliazione “vita lavoro”, partendo dallo smart working contrattato, da un ulteriore allargamento del part time, dalla messa a disposizione di servizi all’infanzia facilmente e economicamente usufruibili – conclude Mazzola -, oltre a politiche familiari che rendano più conveniente la continuità lavorativa”.

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