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Il “Magatì”, l’Ermanno Olmi romanese dell’800

“Le vittime della terra”, s'intitola così il romanzo scritto a fine 800 dal romanese Giuseppe Cavagnari

Il “Magatì”, l’Ermanno Olmi romanese dell’800
Cultura 10 Luglio 2017 ore 16:34

Un secolo prima del film “l’Albero degli zoccoli” il “Magatì” raccontò in un romanzo la dura vita nelle campagne. Le vittime della terra”, s’intitola così il romanzo scritto a fine 800 dal romanese Giuseppe Cavagnari. Più volte ristampato, suscitò notevole interesse per la descrizione veristica delle condizioni di miserie nelle quali vivevano le popolazioni contadine padane.

Il giornalista, politico e …letterato

Nato a Romano nel 1862 da una famiglia di proprietari terrieri, Cavagnari interruppe gli studistyle=”font-family: quando era quindicenne per dedicarsi alla letteratura. Appartenente al movimento cattolico sociale, esordì presto nel giornalismo locale collaborando al settimanale “Il Campanone”. Che gli permise di conoscere Filippo Meda e Agostino Cameroni. Ramingo in Europa, abitò per qualche tempo a Parigi e Monaco di Baviera, dove approfondì la sua conoscenza della musica classica (in particolare di Beethoven e di Wagner) e da dove collaborò anche con “L’Osservatore cattolico” , quotidiano di don Davide Albertario. Dalla Germania si spostò in Svizzera, prima a Berna e poi a Lugano, dove s’introdusse negli ambienti cattolici stringendo amicizia con l’onorevole Giuseppe Motta, futuro presidente della Confederazione Elvetica. Rientrato in Italia,a Milano, continuò la sua attività pubblicistica fondando il “Corriere della Domenica” e collaborando a diverse testate del giornalismo cattolico.

Il ritorno a Romano

Fondò la locale società di mutuo soccorso, fu consigliere comunale per la lista cattolica e assessore e aderì al popolarismo sturziano arrivando a ricoprire la carica di consigliere provinciale. Cavagnari fu eletto presidente del Credito Bergamasco,e restò in carica fino alla scomparsa. Costretto a ritirarsi dalla vita pubblica all’ affermarsi della dittatura fascista, si dedicò all’ amministrazione delle sue proprietà terriere, dove sperimentò moderni sistemi di coltivazione della vite e dei cereali. Continuò ad occuparsi assiduamente della vita della parrocchia romanese. La sua vocazione artistica lo portò a dilettarsi di pittura e soprattutto di letteratura. Scrisse testi teatrali e tradusse in bergamasco l’“Aminta”, favola di Torquato Tasso. Religiosissimo, sul punto di morte ricevette il viatico in forma solenne. Un anno dopo la sua morte, avvenuta nel 1940, Giacinto Gambirasio, che gli era amico, ne raccolse in volume le poesie bergamasche come “Poesie del Magatì”.

Giuseppe Cavagnari
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