Conferenza

Il cugino di Primo Levi a Fara per raccontare la Shoah

Stefano Levi Della Torre ha parlato in una conferenza a Fara Gera d'Adda in occasione della ricorrenza della Giornata della Memoria.

Il cugino di Primo Levi a Fara per raccontare la Shoah
Cultura Gera d'Adda, 31 Gennaio 2020 ore 15:00

"Ferocia verso i bambini che muoiono in mare e delicatezza verso quelli di Bibbiano: c’è qualcosa che mi ricorda il Nazismo". È il parallelismo tra la tragedia dell’Olocausto e la realtà odierna tracciato dal professor Stefano Levi Della Torre, nell’incontro tenuto domenica scorsa all’Auditorium "Gerolamo Villa", in occasione della ricorrenza della Giornata della Memoria, organizzato dall’Amministrazione comunale di Fara Gera d'Adda.

Stefano Levi Della Torre parla della Shoah

Stefano Levi Della Torre

Il docente alla Scuola di Architettura del Politecnico di Milano, pittore e scrittore di letteratura, storia dell’arte e cultura ebraica, è cugino di Primo Levi ma non si è limitato a ricordare l’orrore vissuto dalla sua famiglia e, più in generale, dai milioni di deportati nei campi di sterminio nazisti. Ha portato invece il folto pubblico in sala a riflettere sul razzismo e l’intolleranza che si annidano nella società di oggi. Lo ha fatto passando abilmente dalla filosofia ai fatti di cronaca, facendo pesanti riferimenti al leader della Lega Matteo Salvini.

"La giustizia fuori legge la vediamo tutti i giorni - ha esordito - è giusto e doveroso salvare la gente in mare ma ci sono leggi che si oppongono. La mia famiglia dopo le leggi razziali del 1938 dovette cambiare cognome, fingersi cattolica, nascondersi. Tuttavia nel villaggio dove si rifugiò la gente applicò la giustizia fuori legge, coprendo la nostra identità. Il mio intento oggi non è solo fare memoria ma parlare dell’insegnamento di Auschwitz".

E per farlo ha prima fatto una premessa sui criteri della nuova società di massa e industriale che entrarono a far parte dei regimi totalitari, nonché sulla necessità di saper governare la potenza dei mezzi di cui è in possesso l’umanità che, senza una copertura etica, è arrivata ad applicare proprio la razionalità industriale alla morte di massa.

"I lager erano una fabbrica di morte e funzionavano piuttosto bene - ha rimarcato - quello che possiamo discutere è il loro fine, non l’efficienza: la razionalità dunque non salva, non è una garanzia ma va sorvegliata dall’empatia nei confronti della sofferenza degli altri".

Altro cardine del pensiero di Levi è il taylorismo delle coscienze:

"Così come in una catena di montaggio ciascuno fa il suo mestiere, così il ferroviere che trasportava vittime al massacro faceva il suo lavoro - ha evidenziato - non si preoccupava della visione complessiva della situazione. Primo Levi disse che i sadici nel suo campo erano rari: è la banalità del male, la connivenza. Non è necessario essere dei mostri per fare mostruosità. Anche le democrazie occidentali si sono nutrite di schiavismo e colonialismo".

Leggi l'intervista completa sul Giornale di Treviglio in edicola.

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