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I risultati

Test sierologici, positivo il 23% degli operatori sanitari bergamaschi

E il 61% dei soggetti in quarantena in Val Seriana

Test sierologici, positivo il 23% degli operatori sanitari bergamaschi
Cronaca Bergamo e hinterland, 01 Maggio 2020 ore 11:03

Test sierologici, positivi il 23% degli operatori sanitari bergamaschi e il 61% dei soggetti in quarantena. Sono questi i primi risultati della campagna d’indagine immunologica cominciata settimana scorsa in Val Seriana ed estesa poi anche alle Asst di tutta la provincia, compresa la Bergamo Ovest che gestisce gli ospedali di Treviglio e Romano. Si tratta dei cosiddetti test sierologici, che finora hanno riguardato due categorie generali di popolazione: da una parte la popolazione residente in ValSeriana e dall’altra gli operatori sanitari (medici, infermieri…) delle tre Asst. Nello specifico, l’indagini sulla popolazione della Val Seriana ha riguardato soggetti sintomatici con un quadro compatibile con un’infezione da Covid, e i contatti sintomatici o asintomatici di caso accertato: conviventi, colleghi e parenti di malati, che sono stati quindi sottoposti a quarantena volontaria.

A cosa serve

Sono stati 3.320 i test sierologici fatti dal 23 aprile a mercoledì.

“L’indagine epidemiologica di popolazione in corso ha la finalità principale di chiarire, attraverso stime statistiche derivate da un campione, la dimensione quantitativa che l’epidemia ha assunto, attraverso lo sviluppo dei contagi, sul territorio – spiega Ats in una nota – In particolare, per quanto riguarda l’epidemia da Coronavirus, questa indagine epidemiologica programmata da Regione Lombardia risponde alle necessità di un monitoraggio mirato, con estensione campionaria adeguata, per individuare il tasso di positività nella popolazione generale, compresi i casi asintomatici e paucisintomatici tra la popolazione generale, che rimangono incogniti per entità e distribuzione”.

I primi risultati

Nella popolazione della Val Seriana, su 1054 test sierologici effettuati 652 sono risultati positivi: il 61,9%. 363 sono invece risultati negativi (34,4%) e il 3,7% dubbi.

Tra i sanitari delle tre Asst invece, su 1527 test effettuati, 355 sono risultati positivi: il 23,2%. 1132 sono risultati negativi (74,1%) e il 2,6% dubbi.

Cosa indica il risultato di un test sierologico?

I test sierologici indicano se una persona sia venuta o meno in contatto con un agente infettivo, come il coronavirus. Se il risultato è negativo, significa che l’individuo non è probabilmente stato esposto al virus fino al momento del test, ma questo non implica che possa essere infettato. Un risultato positivo indica invece che è avvenuta una reazione da parte del sistema immunitario, a causa della presenza del virus.

Un test positivo alla IgM indica che il soggetto è entrato in contatto con il virus da poco tempo (ore o giorni). Se il test è positivo sia alla IgM sia alla IgG, significa che probabilmente il contatto è avvenuto diversi giorni o una settimana prima. Un risultato che indica la sola positività alla IgG segnala invece un contatto con il virus più distante nel tempo e oltre la settimana.

Che differenza c’è con il tampone?

Il test con il tampone prevede un prelievo di muco e saliva tramite un lungo cotton fioc (tampone), poi analizzato per cercare le tracce genetiche del coronavirus. Se l’esito del test è positivo, significa che nel momento in cui la persona è stata sottoposta al tampone aveva un’infezione attiva da coronavirus.

Il tampone serve quindi per scoprire l’infezione da coronavirus in un esatto momento, una sorta di fotografia istantanea per vedere se si ha il virus. Il test sierologico, come detto, serve invece a capire se la persona interessata abbia avuto contatti con il coronavirus e sia poi riuscita a superare l’infezione, con il sistema immunitario che ha mantenuto traccia di questo contatto, in modo da saperla affrontare più prontamente qualora si ripresentasse.

La memoria del virus

Ad oggi non è chiaro se e per quanto tempo il sistema immunitario mantenga la memoria del coronavirus. Le incertezze sono dovute al fatto che conosciamo da pochi mesi questo virus e che serve tempo per verificare se si resti o meno immuni e per quanto. Dalla durata dell’immunizzazione, inoltre, potrebbe dipendere il successo di un vaccino per ridurre la diffusione della COVID-19.

Le ricerche condotte finora su altri coronavirus, come quelli che causano il comune raffreddore e quello della SARS, sembrano indicare la capacità del nostro sistema immunitario di tenere traccia dell’infezione. Per alcuni coronavirus l’immunità dura poco meno di un anno, un periodo che potrebbe essere accettabile per immaginare future campagne vaccinali annuali, come avviene già per l’influenza (che è causata da virus diversi dai coronavirus).

Patente di immunità? Per ora è difficile

Nelle ultime settimane in Italia e in altri paesi occidentali si è parlato dei test sierologici come mezzo per fornire una “patente di immunità”, per distinguere chi è già stato contagiato e ha superato l’infezione virale (anche se asintomatico) da chi invece è ancora esposto. In questo modo si potrebbe teoricamente garantire una ripresa delle attività lavorative e un alleggerimento delle misure restrittive, consentendo a chi risulta ormai immune di tornare al lavoro e di circolare più liberamente.

In realtà, a oggi sembra difficile immaginare che con i test sierologici si possa sviluppare uno strumento efficace e affidabile per questa “patente di immunità”: sia perché non sappiamo ancora se e per quanto si resti immuni dopo avere superato l’infezione da coronavirus, sia perché i test disponibili finora non offrono margini di affidabilità completamente soddisfacenti (presenza di falsi positivi e di falsi negativi ancora non del tutto accertata).

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