Pino Romano, il "boss non boss" dalla faccia pulita

Il sequestro della Dia, che lo riporta sulle scene Pino Romano, il "boss non boss" della Bassa orientale che nel frattempo ha cambiato vita. Ecco chi è.

Pino Romano, il "boss non boss" dalla faccia pulita
Cronaca 31 Ottobre 2017 ore 14:29

Un "boss" non boss. E' Pino Romano, una vecchia conoscenza della criminalità organizzata della Bassa, il destinatario del sequestro operato dalla Dia ieri.
Cinquantotto anni, originario di Briatico in provincia di Vibo Valentia, Giuseppe "Pino" Romano è stato per anni uno dei punti di riferimento della criminalità locale. E in diverse occasioni, è stato indiziato per essere direttamente affiliato alle cosche calabresi.

Pino Romano, classe 1959, originario di Vibo Valentia e residente a Romano

L'operazione Nduja

Residente nella Bassa dai primi del Duemila, dopo alcuni anni trascorsi a Brescia, Romano ha iniziato a collezionare reati alla fine degli anni Settanta. Il suo nome era finito al centro di una maxi operazione antimafia già nel 2005. Centocinquanta gli indagati in quella che fu battezzata "Operazione 'Nduja". I carabinieri avevano smantellato l'organizzazione criminale dopo lunghe indagini. Il gruppo, al cui vertice c'era Romano, operava tra la Calabria e la Bassa: Romano, Isso, Torre Pallavicina, Martinengo, Ghisalba, Palosco e Cividate, con attività anche in Valcalepio e nel Bresciano. Il gruppo si occupava per lo più di traffico di hashish e cocaina provenienti dal Sud, da smerciare nelle piazze della nostra zona. Lui, allora 52enne, fu condannato in primo grado a 26 anni di carcere, con accuse aggravate dagli approfondimenti della Dia circa lo stampo mafioso dell'organizzazione. Anche in appello l'impianto accusatorio resse ma la condanna fu ridotta a 20 anni.

Condanna annullata

Fu la Cassazione a dare il colpo finale: nel 2012 annullò la sentenza, rinviando alla Corte d'Appello di Brescia per un "secondo" secondo grado. Associazione a delinquere, estorsione, violenza privata le accuse, ma non di stampo mafioso. Pino Romano era al vertice della struttura. Un'organizzazione criminale sì, ma che non aveva "la forza e la pervasività" sul territorio tipiche delle cosche malavitose organizzate legate alla 'ndrangheta. Così stabilì il giudice. E la condanna definitiva fu di sette anni e rotti. Dopo la condanna del 2014 però, non tornò più in carcere. Effetto del "presofferto": i sei anni trascorsi in custodia cautelare prima della scarcerazione per decorrenza dei termini, aumentati di tre mesi di sconto per ogni anno trascorso in carcere. Per lui scattò soltanto una misura di prevenzione speciale che prevedeva un coprifuoco dalle 21 alle 5.

 Le estorsioni

Estorsione in concorso esterno aggravata dal metodo mafioso. Conclusasi l'operazione Nduja, Romano era tornato nel mirino della Giustizia nel 2012. L'operazione "Squalo", sempre dell'Antimafia di Brescia, portò all'arresto di dieci  dieci persone tra Chiari, Orzinuovi, Paratico, Castelcovati e Pontoglio.  I fatti contestati risalivano  ai mesi a cavallo tra il 2011 e il 2012 quando il Nucleo operativo della compagnia di Chiari, senza attendere denunce o segnalazioni, avviò un'attività investigativa su alcuni soggetti calabresi sospettati di essere attivi nel campo delle estorsioni.

A vario titolo, i dieci tra cui Romano erano indagati  per estorsione, violenza, minacce e possesso abusivo di armi. Il tutto nel tentativo di riuscire a incassare, con metodi «poco ortodossi», un credito di 1,5 milioni di euro dovuto dalla ditta «Orceana costruzioni» alla «Psf» di Alberto Piceni e Moris Salvoni, questi ultimi a loro volta minacciati dai calabresi a cui avevano fatto ricorso per portare a termine la riscossione.  Il processo è ancora in corso, dopo il primo grado che ha visto Romano condannato a cinque anni e sei mesi.

La misura patrimoniale

Ora il sequestro della Dia, che lo riporta sulle scene il "boss non boss" della Bassa orientale che nel frattempo, a Romano, ha cambiato vita. Basso profilo, auto modeste, faceva base fino a pochi mesi fa in un bar in zona stazione. Il provvedimento è stato emesso dal Tribunale di Bergamo, in accoglimento della proposta per l'applicazione della misura di prevenzione patrimoniale arrivata dalla Dia. Articolate e complesse le indagini patrimoniali effettuate dagli uomini dell'Antimafia.