Curarsi a casa

Curarsi a casa? Si può, ma nella Bassa solo 40 richieste per le “Usca”

Le sei Unità speciali di continuità assistenziale bergamasche esistono, ma nella Bassa non funzionano granché, per ora.

Curarsi a casa? Si può, ma nella Bassa solo 40 richieste per le “Usca”
Cronaca Bassa orientale, 13 Aprile 2020 ore 11:26

I dati degli accessi in ospedale e dei ricoveri segnano un calo, per fortuna. Il contagio rallenta, ma stiamo parlando «solo» dei dati ufficiali, di chi – quindi – ha fatto almeno un accesso al Pronto soccorso. Poi ci sono gli altri. I malati a casa, curati dai medici di base (come possono), assistiti dai famigliari (a loro rischio), coloro che non sono così gravi da essere ricoverati, ma che certo non se la passano bene. E in qualche caso non sopravvivono. Sono quei malati che non rientrano nei dati, che non vengono sottoposti al tampone, ma che a tutti gli effetti vengono trattati, sulla base dei sintomi manifestati, come positivi al Covid-19. Parliamo di centinaia, ma con ogni probabilità migliaia, di persone nella Bassa.

Le cure a domicilio tramite le Usca

Nelle scorse settimane, Regione ha avviato un’attività di presidio territoriale attraverso le Ats. Un servizio apprezzabile, che sta dando buoni risultati soprattutto nelle Valli e nella cintura di Bergamo, ma che è distante dalla descrizione diffusa dal Pirellone.   Si tratta delle cosiddette Usca, Unità speciali di continuità assistenziale, che assistono i pazienti malati al loro domicilio.

Le Usca in provincia di Bergamo

Le Usca sono sei, a oggi, le unità attivate e fanno capo a Dalmine, Bergamo, Albino, Zogno, Grumello e Treviglio. L’area di Treviglio corrisponde di fatto a tutta la Bassa Bergamasca, compresa l’area di Romano di Lombardia. Ogni unità è composta da due medici, giovani ma con esperienza, forniti delle protezioni individuali necessarie e della strumentazione per l’assistenza al domicilio.

Solo 40 accessi nella Bassa

Soprattutto nella Bassa,  però, non sembra che il presidio sia decollato. A settimana scorsa si contavano solo quaranta richieste di accesso: solo 40 su 540 richieste di intervento attivate in Provincia. Ne abbiamo parlato con Marco Cremaschini, responsabile della Continuità Assistenziale per Ats Bergamo.

Quando e come viene attivata questa procedura?

«L’Ats Bergamo è stata la prima ad attivare questo servizio, lo scorso 19 marzo – ha spiegato – Abbiamo mandato più di una comunicazione a tutti i medici di medicina generale (i medici di base, per intenderci) con le indicazioni per richiederne l’intervento. Non è possibile affidare l’attivazione direttamente al cittadino pertanto è il medico di medicina generale a richiedere l’intervento. Lo può fare attraverso la compilazione di un modulo online in cui vengono chiesti i dati personali e clinici del paziente. Il servizio di assistenza domiciliare è rivolto ai pazienti Covid positivi o sospetti. Le Usca intervengono soprattutto dove c’è difficoltà di intervento o situazioni particolarmente critiche. Per questo viene stilata una graduatoria di priorità che non sempre può garantire l’intervento tempestivo».

A oggi quanti interventi hanno eseguito le Usca?

«L’ultima rilevazione riporta 540 schede di intervento – ha proseguito Cremaschini – bisogna tener conto che ci sono casi in cui le Usca eseguono più uscite su un paziente, ma siamo comunque intorno ai 500 casi seguiti a casa. Vengono seguiti sia i dimessi dall’ospedale sia i pazienti che sono sempre rimasti a casa».

Nella Bassa bergamasca c’è molta confusione a riguardo, gli stessi medici di base hanno scarse informazioni, come mai?

«Dall’area Treviglio (quindi tutta la Bassa) sono arrivate solo 40 richieste, effettivamente sono poche – ha confermato – Abbiamo mandato comunicazione a tutti i medici di base e prendiamo l’occasione per rinnovare l’invito a utilizzare questo servizio che è a tutti gli effetti attivo».

Come intervengono le Usca?

«Dopo l’attivazione da parte del medico di medicina generale le Usca proseguono con il contatto con il paziente in base alla gravità della situazione clinica – ha precisato – sono dotati di tutte le protezioni necessarie, di saturimetri e possono somministrare sia la terapia con la clorochina che l’ossigeno quando si rende necessario. In alcuni casi possono poi suggerire al medico l’attivazione dell’Assistenza domiciliare integrata Covid che non deve seguire l’iter che normalmente segue una richiesta di Adi. I pazienti vengono monitorati e si può valutare se la permanenza al domicilio è idonea oppure se c’è bisogno di un ricovero».

Nella foto: Marco Cremaschini, Responsabile UOS Continuità Assistenziale

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