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Casa del Fascio, il Comune ribadisce: “Non la compriamo”

Casa del Fascio, il Comune ribadisce: “Non la compriamo”
Cronaca Gera d'Adda, 25 Aprile 2021 ore 11:29

Il prezzo della ex Casa del Fascio di Caravaggio è sceso ancora: ora comprarla dal Demanio costerebbe 420mila euro, ma la risposta dell’Amministrazione comunale di Claudio Bolandrini è sempre la stessa: non ci sono i soldi per riqualificarla. Così un altro pezzo di Storia italiana (quella del Fascismo, ma anche quella della Resistenza che si celebra oggi, 25 aprile) rischia di andare per sempre perso. E la Casa del fascio continua ad essere il simbolo, divisivo, di un paese ancora lontano da una vera e propria memoria “condivisa”.

La Casa del fascio, 76 anni dopo quel 25 aprile

L’edificio di via Bietti giace abbandonato a se stesso ormai da anni e, tenendo conto del fatto che è ormai fatiscente e sottoposto a vincoli dal Ministero dei Beni culturali per il suo valore storico-artistico, anche se il prezzo rispetto a quello iniziale negli anni si è praticamente dimezzato resta comunque troppo elevato secondo l’Amministrazione.

L’ipotesi di una Galleria d’arte moderna

L’ex Amministrazione leghista aveva prima immaginato un teatro poi una galleria d’arte moderna, la «Gam 900», quando l’immobile era stato offerto gratuitamente purché fosse destinato a un progetto culturale. Non se ne fece nulla perché sarebbe costato quasi tre milioni di euro.

Dopo la guerra la ex Casa del Fascio aveva ospitato alloggi popolari, poi sigillati perché non più a norma e divenuti meta di balordi. Un vero peccato che non si trovi la maniera di salvarlo da una triste fine. Tuttavia l’Amministrazione comunale ha spiegato di nuovo, in questi giorni, di non potersi permettere il lusso di spendere  soldi, oggi, per quello che sarebbe in fondo solo l’ultimo dei tanti edifici storici caravaggini ancora da riqualificare. Basti pensare all’ex asilo «Umberto I», all’ospedale vecchio, a Palazzo Carabelli o allo stesso Municipio.

“È impensabile aggiungere al patrimonio immobiliare un altro edificio di indubbio valore storico e architettonico ma per il cui acquisto e messa in sicurezza e manutenzione il Comune non dispone delle risorse economiche necessarie – ha commentato il sindaco Claudio Bolandrini – Il progetto  Gam 900  finirebbe presto come la casa del Caravaggio, il museo dedicato a Merisi nell’ex chiesa di San Giovanni, che richiede importanti interventi di restauro e messa in sicurezza. Abbiamo ritenuto prioritario investire i tre milioni preventivati per l’operazione ex Casa del Fascio nella messa in sicurezza delle scuole. Speriamo che l’edificio possa trovare l’interesse di imprenditori privati per il recupero e la valorizzazione”.

Architettura razionalista a Caravaggio

Firmata dall’architetto bergamasco Alziro Bergonzo, la casa dal fascio di Caravaggio è uno degli esempi di architettura razionalista più importanti della provincia di Bergamo.

Sono pochi i documenti ufficiali e diretti, recuperati dalla consultazione congiunta dei diversi Uffici Tecnici preposti; di maggiore interesse i dati reperibili dai giornali dell’epoca, per lo più quotidiani ed in misura molto minore da riviste di settore. Sfortunatamente non conosciamo né la data esatta di inizio e fine lavori, né come avvenne l’assegnazione del progetto all’architetto Bergonzo.

Non è stato ritrovato riscontro di bandi di concorso, né di documenti di assegnazione diretta, ma quello che è certo e di curioso interesse è che prima che il progetto fosse affidato e portato a termine dall’architetto bergamasco, un altro gruppo di illustri architetti aveva presentato e pubblicato la propria proposta progettuale: G.L.Banfi, E, Peresutti, E.N. Rogers; cuore insieme a L.B. Belgiojioso gel gruppo BBPR, che negli anni a venire avrebbe interpretato da grande protagonista le nuove istanze dell’architettura razionalista italiana.

Nel dicembre 1934 compare sulla rivista “Quadrante” un breve articolo che spiega e illustra il progetto per la futura Casa Littoria del “piccolo Comune” di Caravaggio. Probabilmente previsto nel medesimo sito su cui sorgerà l’opera del Bergonzo, l’opera di Banfi, Rogers e Peresutti si presenta molto più articolata. Esiste una netta separazione tra i nuclei destinati alla Casa del Fascio, all’Opera nazionale Dopolavoro e all’opera Nazionale Balilla, che trova corrispondenza nella distinzione tra le diverse parti volumetriche dell’edificio, le quali, equilibrandosi, costituiscono un assieme architettonico unitario.

Nel ’34 dunque lo stato maggiore del Partito Fascista del paese si trova a decidere quale progetto mettere in cantiere. Non possiamo conoscere i criteri della scelta, ma evidentemente il progetto del Bergonzo è preferito agli altri presentati. Dai giornali del periodo possiamo facilmente intuire che la realizzazione impiegò diversi anni, prolungandosi tra gli inizi del 1935 e la metà del 1938, probabilmente a causa di diverse interruzioni dei lavori, modifiche su i progetti e problemi di finanziamento.

Costi di realizzazione lievitati

Come spesso con le Opere pubbliche, oggi come allora, i costi di realizzazione della Casa del fascio lievitarono, tra progetti preliminari ed esecutivi. Si riportano le cifre e le origini dei finanziamenti: il Comune, il Partito locale, le maestranze e diversi altri cittadini per un totale di circa 126 mila lire. L’opera, infine, si rivelò invece molto più curata e dunque costosa (si parla di 410 mila lire), rispetto ad altre realizzate in paesi vicini, anche dallo stesso Bergonzo.

La Casa del Fascio di Caravaggio assume la sua funzione, per la quale era stata ideata, progettata e realizzata, per pochi anni. Con la caduta del Regime fascista, il 25 luglio 1943, e la messa al bando del PNF e di tutte le sue emanazioni pochi giorni più tardi, l’edificio diviene oggetto di numerose controversie che lo portano ad un periodo di inutilizzo prima, di stravolgimenti interni poi, per consegnarlo infine all’abbandono e al degrado.
Così come tutti gli edifici di rappresentanza del soppresso PNF, insieme a tutti i beni appartenenti ad esso, anche la ormai ex Casa del Fascio di Caravaggio passò di proprietà dello Stato, con formula di diritto di prelazione in caso di alienazione o di concessione dei beni stessi agli enti comunali, provinciali o regionali; con l’obbligo morale di mantenere inalterata la destinazione ad uso pubblico. In questo caso, l’edificio pur essendo di proprietà allo Stato, e senza di fatto nessun diritto di proprietà o di intervento da parte del Comune, fu trasformato nell’immediato dopoguerra in alloggio per famiglie senza tetto.

Alloggi popolari

Nel 1945 il Comune incentivò e finanziò, con una spesa di due milioni e 700 mila lire, gli interventi che definirono una nuova suddivisione degli spazi interni a creazione degli alloggi popolari.
Con l’inserimento di nuovi tavolati, nuovi impianti idrici e sanitari, lo smantellamento della maggior parte degli apparati decorativi e di rappresentanza, così come dell’arredo; di fatto la nuova destinazione d’uso, non solo stravolse il progetto originale del Bergonzo, ma fu il primo passo verso l’incuria ed il degrado. Dall’epoca nessun altro intervento ha interessato l’edificio, che dunque si presenta tutt’ora con gli stravolgimenti del ’45. Il comune permise il soggiorno delle famiglie beneficiarie, in numero sempre minore, fino al 2004, quando si decise di chiudere il programma di aiuto a causa delle scarsissime condizioni igieniche e di sicurezza riscontrate. Da anni in attesa di un sempre promesso e mai realizzato destino migliore, dall’epoca l’edificio versa in condizioni di completo abbandono e degrado.

Dal 1953 di proprietà dello Stato

Spesso al centro delle promesse elettorali degli aspiranti sindaci, si è fantasticato e speculato molto sul futuro di questo edificio che continua a caratterizzare fortemente parte della cittadina con la sua immagine forte e fiera, seppure un po’ decadente. Di fatto i costi previsti per gli ingenti lavori di riqualificazione necessari hanno sempre smorzato ed annullato entusiasmi e progetti.
Lo Stato divenne nel ’53 unico proprietario a tutti gli effetti con la compravendita del terreno (nonostante l’Ospedale rinuncerà in seguito al compenso e all’ipoteca legale per l’alienazione del terreno) e il parziale risarcimento concordato al Comune.
Nel recente passato più volte il Demanio ha tentato di vendere questo ingombrante patrimonio storico e architettonico, attraverso delle aste; purtroppo andate sempre deserte. L’ultima tra agosto e settembre 2009, dove si proponeva una base d’asta di 893 mila euro.