Da Canterbury a Roma a piedi, sulle tracce di Sigerico

Perché pellegrino è sinonimo di conoscenza, da diffondere e tramandare. Solo così lo zaino di 20 chili, le gambe doloranti, il caldo e la fatica dei 40 chilometri giornalieri scompaiono. E quel che resta è l’uomo in cammino, pieno di gratitudine.

Da Canterbury a Roma a piedi, sulle tracce di Sigerico
30 Luglio 2017 ore 12:41

Da Canterbury a Roma a piedi. L’impresa di Nory Bertola che ha percorso più di 2300 chilometri in soli settanta giorni, sulla via Francigena tracciata più di mille anni fa dall’arcivescovo inglese.

Da Canterbury a Roma a piedi, sulle tracce di Sigerico

Ha percorso più di 2300 chilometri in soli settanta giorni. Unici strumenti durante il viaggio sono stati i piedi, un libro e un cellulare che però non ha mai volutamente usato per orientarsi. Perchè Nory Bertola, di Arcene, ha voluto vivere l’esperienza del cammino prima di tutto da pellegrino. Partito in solitaria da Canterbury, in Inghilterra, il 14 maggio scorso, Nory si è incamminato verso Roma, seguendo l’antico percorso di Sigerico, l’arcivescovo di Canterbury. Egli nel 990 si recò a Roma per essere ordinato arcivescovo dalle mani del Papa, percorrendo così quel tragitto, annotato nel suo celebre diario in 80 tappe, che nei secoli successivi divenne la Via Francigena. Ad accompagnare Nory in questa avventura c’era anche il fratello Giambattista, che l’ha raggiunto a Losanna dopo circa un mese di cammino. 

Il racconto di Nory sulle orme dei pellegrini

<Sin dall’inizio si sono presentate delle difficoltà – ha raccontato Nory – la prima è stata senz’altro la lingua, perché io da buon bergamasco conosco essenzialmente il dialetto e l’italiano, mentre mi sono perso diverse volte prima di riuscire a tornare sul percorso giusto. Ma il perdersi fa parte dell’essere pellegrino e ne racchiude in parte la meraviglia: nello scoprirsi piccoli, nell’ammirare la natura, nel riconoscersi finalmente uomini una volta distaccati dalla routine quotidiana e dallo stress del lavoro. Questo è ciò che ho cercato di fare, ripercorrere le orme dei pellegrini di un tempo, orientandomi con l’istinto e l’umiltà di chiedere una mano alle persone che incontravo – ha proseguito Nory, da sempre appassionato di corsa ed ex dirigente in pensione>.

L’incontro col ciclista

<E di persone ne ho incontrate tante e tutte mi hanno arricchito di qualcosa – racconta Nory -. Come quel ciclista valdostano che, con la ruota sgonfia e ancora molto distante dalla meta, mi ha confidato di aver lasciato a casa la pompa per le ruote di proposito. Era fiducioso nella bontà di chi incontrandolo gli avrebbe dato una mano per ripartire. Come non rimanere toccati nel profondo da un gesto simile?>.

Un cammino per ringraziare la vita

Essere pellegrini significa anche questo, e non solo. Vuol dire andare alla scoperta di luoghi lontani e portarli con sé, come ha fatto simbolicamente Nory, che ha raccolto un sasso per ogni luogo che ha attraversato.  Perché pellegrino è sinonimo di conoscenza, da diffondere e tramandare. Solo così lo zaino di 20 chili, le gambe doloranti, il caldo e la fatica dei 40 chilometri giornalieri scompaiono. E quel che resta è l’uomo in cammino, pieno di gratitudine. Lo stesso sentimento che ha portato Nory a intraprendere il cammino:  «Sono partito perché volevo ringraziare la vita, per tutto ciò che di bello e di brutto mi ha donato». E’ con uno sguardo nuovo ed arricchito che i due fratelli sono giunti a Roma il 22 luglio scorso. Ma questa meta non è certo un traguardo, bensì  un nuovo punto di partenza.

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