Cronaca

I mille colori del degrado: il viaggio - inchiesta nell'ex cromatura

Ciò che più colpisce chi vi entra, non è tanto il disordine o la sporcizia. Anche se, va detto, l’ azienda sembra ormai una discarica. Lo «spettatore» è catturato da altro...

I mille colori del degrado: il viaggio - inchiesta nell'ex cromatura
Cronaca 04 Novembre 2017 ore 17:40

Entrare nella ex cromatura di Covo è facile. Molto facile. Basta infatti passare dalla parte posteriore dell’edificio, dove una rete bucata è diventata da anni ormai un comodo ingresso per i curiosi che vogliono visitare l’ex impianto industriale di via San Lazzaro, chiusa ormai dal lontano 2006 dopo il sequestro ordinato dalla Magistratura per diversi reati ambientali.

Tutto congelato a tanti anni fa

Il difficile è invece restare dentro la struttura. Tutto sembra perfettamente congelato a quei giorni di dieci anni fa, se non fosse per qualche ciuffo d’erba troppo cresciuto. Ma una volta aperte le porte dello stabilimento, è tutta un’altra storia. L’impianto, 6900 metri quadrati a sud del paese, è un gigante dormiente.

La polvere magica

Ciò che più colpisce chi vi entra, non è tanto il disordine o la sporcizia. Anche se, va detto, tra rifiuti abbandonati, escrementi di animali e oggetti vari sparsi qua e là, l’ azienda sembra ormai una discarica. Eppure, paradosso, non risparmia sorprese. Lo «spettatore» è catturato da altro. Un mare di polvere colorata, dalla tonalità azzurro-verde, fuoriuscita da scatoloni e buttata a terra per gran parte del fabbricato, disegna una scenografia a suo modo spettacolare.

Non prodigio, ma semplice pigmento

Ad una prima occhiata, quei granellini turchesi e verdastri paiono come polvere magica. Leggeri e belli. Anche se a dirla tutta, più che prodigioso, quel mare di polvere colorata (forse semplice pigmento) si lascia osservare per pochi istanti. Poi, gola e occhi iniziano a bruciare.

Nelle altre stanze

Si procede quindi nelle altre stanze, e il panorama è simile. Si trovano grosse cisterne. «Ipoclorito», «soda» e «bisolfato» recitano le etichette. Giacciono lì, di fatto a disposizione di tutti: in una struttura abbandonata ormai da anni, dopo la chiusura della storica azienda che fino a pochi anni fa dava lavoro a decine di covesi. I liquidi si trovano anora ben conservati, almeno apparentemente, negli appositi contenitori di plastica. Ma altrove, a poca distanza, ci sono inquietanti pozze di altri liquidi sversati e all’aria.

Vasche abbandonate

Si arriva dunque all’ultima grande sezione dello stabilimento. Quella dove si trovano tutte le vasche utilizzate per la lavorazione dei materiali. Qui, a terra, coloratissime polveri e altri agenti chimici essiccati disegnano degli strani reticoli, che visti dall’alto sembrano voler riprodurre la piantina di grandi metropoli. Ancora una volta, nel più completo abbandono. L’aria si fa pesante, di nuovo.

Una bomba inesplosa

Alla fine del «tour» ciò che lascia perplessi è l’impressione di abbandono che contraddistingue il luogo. Quasi come durante un day-after nucleare. Solo che forse qui la bomba (ecologica) ancora non è esplosa. Anche se è pronta a farlo.

 

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