Intervista

Daniele Cassioli, un campione che non conosce limiti

L'atleta paralimpico ospite a Fara: "Vinceremo quando sarà normale che una persona con disabilità possa fare sport come tutti gli altri"

Daniele Cassioli, un campione che non conosce limiti
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Considerato il campione paralimpico di sci nautico più forte di tutti i tempi, non basterebbe un libro per raccontare la vita di Daniele Cassioli. E infatti ne ha già scritti due, dato che uno dei suoi mille talenti è quello di raccontare. Cieco dalla nascita a causa di una retinite pigmentosa, dal 2021 Daniele Cassioli è membro della giunta nazionale del Comitato Italiano Paralimpico come Rappresentante degli Atleti. La sua carriera sportiva è folgorante: con oltre 100 medaglie conquistate, detiene il record del mondo nelle tre discipline in cui gareggia: slalom, figure e salto. Laureato in Fisioterapia, ha frequentato per alcuni anni il Conservatorio, e suona il pianoforte. Ha fatto il dj in diverse discoteche lombarde per anni, e dal 2019 guida, come fondatore, l'associazione sportiva dilettantistica Real Eyes Sport Asd, che ha come mission l’avvicinamento dei bambini con minorazione visiva all’attività motoria. Oltre a curare una rubrica sulla Rai, è infine life coach e si occupa di formazione in Italia e all'estero. Al suo attivo ha due libri: "Il Vento Contro" e "Insegna al cuore a vedere".

Daniele Cassioli, a tu per tu con il campione

Non è facile lasciare a bocca aperta una classe delle scuole medie. Eppure è stato così, martedì mattina, a Fara d’Adda, quando "in cattedra" i ragazzi di seconda e terza si sono trovati Daniele Cassioli. Trentasette anni, romano di casa a Gallarate, Cassioli era ospite dell’associazione "Ernesto Modanesi - Il Mister", che da mattina a sera ha accompagnato il pluricampione paralimpico di sci nautico, cieco dalla nascita, in una lunga serie di incontri con gli studenti e le associazioni di Fara. Ha parlato a lungo di sport, ovviamente. Ma soprattutto di disabilità e di inclusione. Ed è in questo ambito - politico nel senso più alto del termine - che martedì sera, davanti al pubblico del gremito auditorium di piazza Patrioti, ha posto particolarmente l’accento: sulla quotidianità ancora difficile, e spesso penosa, delle centinaia di migliaia di famiglie che hanno a che fare quotidianamente con la disabilità, in ogni sua forma.

Cassioli, la sua storia è diventata quella di un riscatto dalla disabilità. Lei ce l’ha fatta, ed è una delle bandiere viventi del fatto che nello sport si possono superare anche i limiti fisici più inabilitanti. Eppure non basta, scrive spesso: fare sport dovrebbe essere un diritto "quotidiano" per tutti i portatori di handicap, non il coronamento di vite uniche speciali e uniche, come la sua...

E i miei libri sono nati da quello, dal piacere di raccontare. Non tanto la cecità, ma l'idea di fermarsi un attimo e riflettere su questa cosa. Spesso, di chi riesce ad emergere nello sport nonostante la disabilità si dice che abbia una forza particolare. In realtà è una forza che abbiamo tutti, solo che chi ha una disabilità è costretto a tirarla fuori. Vale per tutti: abbiamo molte più frecce all'arco di quanto noi stessi pensiamo.

Insomma: "speciale", applicato a chi fa sport convivendo con la disabilità, dovrebbe essere un aggettivo da archiviare...

Sì: vinceremo tutti quando non sarà straordinario il fatto che chi ha una disabilità possa fare sport. Ora abbiamo i campioni paralimpici, e io ho la fortuna di essere considerato uno di questi. Ma ricordiamoci che c'è un sacco di gente disabile negli ospedali o nei centri di riabilitazione, che non solo non fa sport, ma che anzi anche soltanto per poter andare a scuola deve lottare. Va bene tutto, ma a cosa serve avere gli atleti paralimpici se poi magari a 10 chilometri da noi c'è un bambino cieco che non può fare educazione fisica a scuola?

Lei ha cominciato a gareggiare da bambino, prima con lo sci e poi con lo sci d’acqua. Com'è cambiato da allora il mondo dello sport professionistico per disabili?

È cambiato tanto, si è fatto un gran lavoro a livello agonistico. Abbiamo atleti che entrano nei gruppi sportivi dei corpi militari... Ma allo stesso tempo c'è tantissimo da fare.

C'è una metà del mondo che ha un freno ulteriore: le donne. Con o senza disabilità, verrebbe da dire...

Certo sta cambiando anche questa cosa, nel mondo sportivo professionistico. Pensiamo alla figura di Bebe Vio, la personalità più importante del mondo paralimpico italiano. Quest'anno, aggiungerei, la spedizione paralimpica alle Olimpiadi (a Parigi, dal 28 agosto all'8 settembre, ndr) vedrà in realtà più donne che uomini. Al tempo stesso, però, quando in una famiglia arriva un figlio con disabilità, il prezzo più alto lo paga da sempre la madre. Io non conosco gente che fa carriera professionale avendo figli disabili: è molto, molto raro. La prima cosa cui rinuncia una madre, in questi casi, è la carriera. Insomma: le donne sportive con disabilità vivono un «bel periodo», ma allo stesso tempo nella quotidianità la disabilità ha una ricaduta ancora molto pesante. Penso al tema della violenza fisica, verbale e sessuale sulle donne, che è molto molto molto frequente ad esempio sulle donne con disabilità mentale, che non sono spesso in grado di difendersi.

In Lombardia si è discusso molto recentemente sull’annunciato taglio alle risorse destinate ai caregiver familiari di persone con disabilità. Dopo vigorose proteste c’è stato un passo indietro, ma il fatto che se ne debba discutere è già di per sé sintomo di un problema...

Non conosco i dettagli, ma certo manca la percezione del fatto che un paese civile non può tagliare, su questi temi. Non si può investire sulla guerra e poi tagliare sui sussidi, sul diritto allo studio. Un paese che non è in grado di garantire questi diritti deve farsi delle domande e la politica deve dare delle risposte che vadano al di là degli slogan. È sempre bello celebrare la Nazionale con sindrome di Down che vince gare su gare... È bello chiamare al Quirinale gli atleti paralimpici. Ma lo sport nasce nei quartieri, dalla qualità della vita che si respira nelle città e nella possibilità o meno di ogni famiglia che ha a che fare con la disabilità, di accedere a dei servizi basilari.

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