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Si può evitare?

Il Covid non sarà l'ultima pandemia, gli scienziati: "Ci sarà un Sars-Cov-3"

Analizzati dagli scienziati ben 887 virus zoonotici. Il nodo è il contatto con la fauna e lo stravolgimento degli ecosistemi. Ma wet-market e tradizioni culinarie a rischio sono ancora una realtà.

Il Covid non sarà l'ultima pandemia, gli scienziati: "Ci sarà un Sars-Cov-3"
17 Aprile 2021 ore 11:57

Esiste una differenza – per altro non così sottile – tra allarmismo e consapevolezza. Quando gli scienziati avvertono che non sarà quella del Covid-19 l’ultima grave pandemia con cui dovremo fare i conti, suggeriscono anche possibili soluzioni per correggere il tiro e metterci al riparo: su tutte la prevenzione.

Il Covid non sarà l’ultima pandemia

L’uomo più potente del mondo, il neo presidente degli Usa Joe Biden non intende farsi trovare impreparato e ha già avvisato:

“Nel mondo ci sarà presto un’altra pandemia, per questo motivo sarà necessario rafforzare quanto prima il sistema sanitario globale”.

Era il 2013 quando David Quammen, autore del saggio “Spillover” (salto interspecifico, per capirci l’ormai famoso “salto di specie”) preconizzava una pandemia a causa di una salto di un virus o di un altro patogeno da una specie a un’altra.

ASCOLTA QUAMMEN IN QUESTO FILMATO:


Esattamente 7 anni dopo lo scenario si è verificato: la nuova forma di coronavirus ha paralizzato il mondo, innescando una pandemia planetaria.

“Ci sarà un Sars-Cov-3”. Si può evitare?

Il giorno in cui questa pandemia sarà finalmente sotto controllo – dice l’autorevole divulgatore scientifico – dovremmo fare festa per 5 minuti e poi prepararci per la prossima. Anzi, dovremmo cominciare a prepararci già ora. Sì, perché ce ne saranno altre: non è un evento isolato e fa parte di uno schema. Ci sono molti virus negli animali selvatici e negli ecosistemi di tutto il mondo, molti dei quali non possono infettare l’uomo, ma altri possono farlo e continuando a entrare in contatto con la fauna e disturbando gli ecosistemi ce ne saranno altri. Questo è il Sars-Cov-2, il primo era del 2003 e ci sarà un Sars-Cov-3, così come nuovi ceppi di influenza. Dobbiamo essere preparati con controlli, Sanità pubblica e volontà politica a fronteggiare un’altra crisi”.

Il nodo è proprio entrare in contatto con la fauna e disturbare gli ecosistemi. Come con tutta probabilità è avvenuto in Cina nel 2019 col “salto di specie” fra pipistrelli e uomo.

Ma i wet-market in Cina e nel sud-est asiatico sono ancora aperti. La tradizione di cucinare pipistrelli, per esempio, non è stata precauzionalmente messa nei cassetti, anzi. Insomma, sembra che non si sia imparato nulla, o almeno che le tradizioni siano più forti da scardinare di qualsiasi rischio.

Il problema è che dal Paese nel quale è difficilissimo entrare, quello del Dragone, sappiamo bene che è uscito invece qualcosa che ha messo in pericolo tutto il resto del mondo. Non resta che sperare che non ricapiti, o che la comunità internazionale riesca a imporsi e a stabilire finalmente regole di prudenza uguali per tutti.

Il futuro è dei virus? Fermare il cambiamento climatico

Recentemente gli scienziati hanno mappato il rischio di un’altra pandemia zoonotica, considerando il pericolo di diffusione nel mondo di 887 virus di origine animale.

In futuro le epidemie potrebbero essere più frequenti a causa della maggiore interazione fra essere umano e animale. I cambiamenti climatici e ambientali e la sovrappopolazione causano lo spostamento di intere comunità umane e animali, sempre più a contatto fra loro, strappando alla natura e all’ambiente selvatico gli spazi di pertinenza. I cambiamenti climatici non minacciano soltanto l’ambiente, ma anche la nostra salute, favorendo la comparsa di nuove infezioni virali.

Pensiamo a quanto la deforestazione e la realizzazione di miniere per l’estrazione di minerali o del petrolio e l’urbanizzazione di zone prima abitate da specie selvatiche possano interferire con la fauna locale. Gli animali selvatici sono portatori di circa 750mila virus, secondo i dati del Global Virome Project, che potrebbero essere trasmessi all’essere umano.

Dal 1940 ad oggi gli spillover sono vertiginosamente aumentati. Siamo passati da 1 miliardo a 7 miliardi nel giro di 100 anni, con ripercussioni importanti sull’ambiente e sulla gestione degli spazi. Se non si inverte la tendenza faremo i conti con un numero sempre crescente di epidemie.

A riassumere perfettamente il trend è stato il biologo polacco e professore Krzysztof Dolowy:

Possiamo dire che i patogeni tipicamente animali hanno iniziato ad attaccare l’uomo nel momento in cui quest’ultimo ha iniziato a condurre uno stile di vita sedentario e ad addomesticare gli animali”.

Più si esaspera questa tendenza, più si creano le condizioni per favorire spillover, soprattutto con specie considerate selvatiche.

Dalla febbre Lassa alla rabbia: le minacce future secondo gli scienziati

Lo studio in cui sono stati analizzati ben 887 virus zoonotici ha provato a capire qual è il rischio che qualcuno di loro possa diffondersi fra gli esseri umani.

Secondo gli esperti in cima alla lista ci sarebbe la febbre emorragica di Lassa, proveniente dall’Africa per la quale, al momento, non siamo provvisti di vaccini. Per caratteristiche (alta contagiosità, mortalità bassa e pressione sugli ospedali), in caso di pandemia, questo patogeno potrebbe ricalcare l’esperienza vissuta con Covid-19.

Nella classifica compaiono anche Ebola, Sars-CoV-1, rabbia, epatite E, Marburg, ma anche Seoul – il cui nome deriva dalla capitale della Corea del Sud, dove è stato scoperto – e Nipah (diffuso nel sud est asiatico e connesso ai pipistrelli).

Per gli scienziati esistono circa 1.7 milioni di virus sconosciuti diffusi tra mammiferi e uccelli, e che la metà di loro possa, in condizioni favorevoli, effettuare il temuto salto di specie.

Le zone più a rischio

Uno studio comparso sul Lancet ha indicato quali potrebbero essere le zone più a rischio dell’origine di una futura pandemia: massima allerta per Cina, estremo oriente e India, seguite poi da Africa sub sahariana e nella parte vicino alla costa nordoccidentale, dell’Europa e dell’America centrale e meridionale, nonché la regione orientale degli Stati Uniti.

I motivi per cui le regioni asiatiche sono più intaccate sono legate sia all’alta densità della popolazione che ai cambiamenti nella sua distribuzione. Ma ad incidere è anche la questione economica: basti pensare agli allevamenti intensivi e ad alcuni usi legati a tradizioni locali che comprendono la macellazione e la vendita di animali selvatici.

Quello che possiamo fare? Rispettare la natura e i suoi spazi.